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Nel Dicembre del 2017, il quinto pallone d’oro vinto da Cristiano Ronaldo fu un momento strano. Non tanto per il record assurdo, che eguagliava quello di Messi, quanto per ciò che era accaduto soltanto un mese prima, quando divenne chiaro che nessuno dei due giocatori più forti del mondo avrebbe partecipato al Mondiale di Russia nel 2018. Per Messi c’era chi già se n’era fatto una ragione, in fondo un po’ se l’era andata a cercare, lui con la sua Argentina. Quell’ennesimo 0-0 in Ecuador nella partita decisiva per le qualificazioni aveva fatto spazientire anche i più volenterosi sostenitori del “non può esistere un mondiale senza albiceleste” e se Messi non voleva saperne proprio di segnare, nemmeno contro l’Ecuador già fuori dai giochi (compreso quel rigore all’83’ tirato addosso a Banguera), allora non c’era davvero modo di preservarlo dall’occhio del ciclone: forse andava bene così, che non giocasse quel Mondiale. La situazione si fece veramente pazzesca quando il Portogallo perse il playoff contro la Svezia quel maledetto 14 novembre. Parliamoci chiaro: la Svezia si era dimostrata una Nazionale di tutto rispetto – anche senza Ibrahimovic – e aveva meritato quella qualificazione. Forsberg aveva fatto letteralmente impazzire Semedo nella partita di ritorno in Portogallo e il primo dei due gol di Toivonen (quello di testa, sull’ormai storico cross di rabona di Forsberg) era nell’aria già da ben prima dell’80’, quando si fissò nella memoria di tutti l’immagine di un Ronaldo inerme, con le braccia sui fianchi e lo sguardo vuoto, che fissava incredulo un punto indistinto tra la propria porta e la curva dei sostenitori portoghesi e che per i successivi 14 minuti (10 + 4 di recupero) si era dannato l’anima vedendo i suoi sforzi vanificati perfino dal raddoppio dello stesso Ola Toivonen. Ecco, nonostante la Svezia avesse dominato quelle due partite (0-0 stretto in casa e 0-2, come dicevamo, in trasferta), veniva difficile accettare la realtà per come si era, appunto, realizzata. Così a dicembre il pallone d’oro fu un momento strano: per giorni si era parlato addirittura di un Ronaldo intenzionato a rifiutare pubblicamente il premio, cosa mai avvenuta prima, ma una volta sul palco il campione portoghese evitò semplicemente ogni parola in favore di qualche lacrima sincera, che pochi in realtà si sentirono di attribuire al premio, quando era palese che il motivo del pianto fosse un altro.

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Fonte: reporternuovo.it

Russia 2018, il Mondiale senza Messi e Ronaldo

Nella primavera del 2018 cominciarono a girare immagini come questa (sempre rigorosamente senza maglia della Nazionale, ormai) per ironizzare sulla ritrovata amicizia fra i due (ex?) calciatori più forti al mondo, in virtù della solidarietà data dall’eliminazione di entrambi dalle qualificazioni mondiali. Battute e ironie di questo genere cessarono quando si scoprì che davvero Messi e Ronaldo avrebbero trascorso insieme i giorni che intercorrevano tra il 14 giugno e il 15 luglio, ovvero tutta la durata dei Mondiali, in un’isoletta non meglio precisata del Pacifico, lontani da tv, notizie e connessioni internet. Nessuno dei due aveva intenzione di seguire la competizione, che andò proprio come non avrebbero voluto. Il girone del Brasile non era dei più semplici, con Inghilterra, Corea del Sud e Arabia Saudita, ma tanto bastò per dare inizio a quello che entrò negli almanacchi calcistici – e nella storia – come “O tempo de Neymar”. 4 gol all’Arabia alla prima partita del girone diedero la dimensione di quello che stava per accadere; poi furono seguiti da due doppiette contro Inghilterra e Corea. Agli ottavi la Costa Rica fu presa molto seriamente da O Ney e compagni, che la rispedirono a casa con un perentorio 5-0, aperto da Gabriel Jesus (che segnò su uno degli assist più belli della carriera di Neymar, di tacco al volo mentre correva dall’altra parte) e chiuso da una punizione di David Luiz da casa sua. In mezzo, naturalmente, una tripletta di Neymar. L’Italia fu più ostica da battere per i verdeoro, che soffrirono da morire la ritrovata complicità nella coppia Insigne-Immobile, anche se, come sappiamo tutti molto bene, la doppietta lampo del centravanti di Torre Annunziata fu rimontata sul 2-2 nei tempi regolamentari dai gol di Neymar e Marcelo, per poi essere del tutto vanificata ai supplementari con un calcio di rigore, trasformato sempre da Neymar. Da quella sconfitta l’Italia di Carletto Ancelotti imparò molto, e di seguito cominciò tutta un’altra era per il calcio dello stivale in azzurro, ma questa è un’altra storia. Capolavoro di tattica fu la semifinale contro la Spagna, anche nota come “il miracolo di Tite“. Fino a quel momento, nonostante le grandi prestazioni di squadre come la Francia o lo stesso Brasile, la Spagna sembrava comunque destinata alla vittoria finale, grazie al raggiungimento di un livello di gioco che era superiore a quello di qualsiasi altra squadra e che, secondo molti, nessun’altra compagine nazionale potrà mai raggiungere. Tite costrinse la Spagna a un possesso a dir poco sterile per 80 minuti, grazie all’innovativo impiego di un modulo sintetizzabile come 3-2-3-2, con i terzini Marcelo e Dani Alves che inizialmente sembrarono partire sulla linea di centrocampo, come in un normale 3-5-2, ma poi già da inizio partita si strinsero a formare come una seconda linea mediana, che grazie ai loro tempi di gioco, piedi da registi e lanci perfetti consentiva al Brasile di ripartire rapidamente e con qualità ogni volta che recuperava palla grazie all’enorme densità centrale. Una delle due punte (Neymar e Coutinho) aveva poi il compito di scalare sulla fascia in copertura ogni qual volta la Spagna avesse provato a procedere per vie laterali. Il sistema era molto dispendioso, ma funzionò: il Brasile riuscì a creare molte più occasioni degli avversari, anche se arrivava spesso molto stanco dall’altra parte del campo. Al 78′, grazie a una combinazione in contropiede tra Neymar e Coutinho, bastarono 3 passaggi per arrivare davanti alla porta di De Gea e portare il Brasile clamorosamente in vantaggio, al netto dei 3 tiri fuori dallo specchio compiuti dalla Roja fino a quel momento. Poi gli equilibri si spezzarono, quella tornò a essere una partita normale e la Spagna ebbe almeno 4 occasioni nitide per pareggiare; ma non successe, e a Mosca poteva compiersi finalmente la rivincita del Mondiale ’98: si giocava Brasile-Francia.

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Tite spiega a Neymar come scalare su Asensio quando quest’ultimo si allarga a destra. L’immagine ci riporta a Scolari e Ronaldo nell’ultimo Mondiale vinto dal Brasile, 2002

La caduta degli dei

Per molti anni le persone si sono chieste come sarebbe potuta finire l’era Messi-Ronaldo, il ping pong di palloni d’oro tra l’uno e l’altro senza soluzione di continuità che solo loro sembravano in grado di fermare. Molta gente ha speculato sull’argomento, ha immaginato dagli scenari più assurdi ai più plausibili, fino a che entrambi non si sono realizzati contemporaneamente. Il più assurdo, perché la caduta di Messi e Ronaldo avvenne senza che partecipassero al Mondiale del 2018 (o forse avvenne proprio perché non vi parteciparono); il più plausibile, perché dopo l’addio al Barcellona e il distacco da Messi, Neymar si stava autodestinando a diventarne l’erede. La tripletta in finale mondiale contro la Francia lo collocò primo nella classifica dei migliori marcatori di sempre della competizione, solo che aveva superato i 16 gol complessivi di Klose in una sola edizione, segnandone 17. La sconfitta del PSG in finale di Champions contro il Napoli non poteva ormai impedire che il pallone d’oro cambiasse finalmente destinatario dopo 10 anni di dittatura messironaldesca. Così la cerimonia di assegnazione del massimo premio individuale per calciatori, nel Dicembre 2018, fu molto meno strana della precedente.