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fonte foto: Twitter Argentina

Quel che è capitato all’Argentina negli ultimi mesi, o anche solo nell’ultima settimana, meriterebbe probabilmente un’analisi lunga un libro intero. Però si può anche riassumere in poche parole: al Mondiale, ce l’ha portata Messi. Quando l’irreale sembrava veramente diventato reale, lui ha ripristinato la normalità della sua straordinarietà. Lui ha resuscitato un’Argentina che in questo momento della grande squadra non ha niente, se non l’etichetta. Lui ha portato fuori dal baratro un gruppo che non riesce nemmeno a mettersi al suo servizio, semplicemente sta a guardarlo supplicandolo di assolvere al dovere di tutti. Tre squarci abbacinanti e letali, un fulmine di velocità, un tuono di rabbia e una carezza di stile, il suo modo di picchiare il pugno sul tavolo e di decidere gli eventi di quel mondo del calcio che tiene sotto i suoi divini piedi, e che non poteva davvero non vederlo in quello che sarà il Mondiale della sua maturità, quello definitivo, quello più importante.

Argentina,  la scossa decisiva di Lionel Messi

Messi ci ha portato l’Argentina, intesa come il suo Paese, quello che non smetterà mai di far tracimare il proprio ineguagliabile amore per il calcio in un sentimento morboso, che lo porta persino ad accecarsi talmente tanto di sentimento da farlo diventare negativo nei confronti di quello che dovrebbe essere – a priori – il suo eroe nazionale. Messi ha chiuso i conti del più complicato girone di qualificazione della storia albiceleste e ha chiuso tante bocche, almeno per un po’. Si continua a sentir dire che a Leo manca qualcosa per essere come Diego: è vero, ma la risposta è che quel che gli manca è un contorno. I compagni di Messi possono anche essere tecnicamente più forti di quelli che aveva Maradona, sicuramente sono più celebrati e più in vista, ma altrettanto indubbiamente mostrano un’altra differenza: la squadra del “Diez” era fatta di argentini pronti a dare al loro líder maximo fino all’ultima goccia di sangue, quella della “Pulga” da stelle internazionali che al di là dell’oceano vivono nell’oro, ma che quando sono chiamate ad illuminare la strada di casa aspettano che sia lui a dar loro la corrente. Lo si è visto chiaramente anche nel momento dell’abbraccio collettivo dopo la perla del 3-1: è stato il gesto di quaranta milioni di argentini che – dopo aver temuto se non addirittura disperato – ringraziavano il loro Dios di aver separato le acque evitando l’ecatombe. Sulle alture di Quito, il numero 10 albiceleste non solo si è preso i campionati del Mondo ma ha anche detto una cosa chiara: che cinquant’anni e un paio di giorni dopo la fine del sogno rivoluzionario di un altro figlio di Rosario, Lionel Andres Messi non solo è indiscutibilmente il miglior giocatore del pianeta, ma anche il comandante in capo di un’Argentina che, nonostante lo sfacelo che caratterizza praticamente tutti i settori del suo movimento calcistico, da oggi è rinata e forse si è liberata. Un’Argentina sulla quale adesso potrà lavorare davvero anche Jorge Sampaoli, uno che se c’è da parlare di rivoluzione diventa un interlocutore estremamente credibile. E se quest’estate sarà il Brasile di Neymar a presentarsi come il vero glamour in arrivo dal Sudamerica, avremo invece un’Argentina rivoluzionaria nella terra che ha visto la più grossa rivoluzione del Novecento. E forse per questo, potenzialmente la più pericolosa degli ultimi trent’anni.