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Valencia-Sevilla

Di solito, quando una squadra viene ricostruita completamente, affidata a un nuovo allenatore, magari è reduce da stagioni difficili e ha attorno una discreta pressione, si è giustamente portati a pensare che sia obbligatorio dare tempo al progetto per attecchire. Normalmente funziona così: sono necessari dei mesi prima di cominciare a valutare gli effetti dei cambiamenti, e di conseguenza i risultati. Però a volte nel calcio succede che si venga sorpresi da una scintilla che riesce immediatamente ad appiccare un incendio. Quest’anno è successo a Mestalla, dove sono bastate poche settimane per trasformare la depressione più profonda in entusiasmo sconfinato. A Valencia oggi sono tutti al settimo cielo: una piazza storicamente senza mezze misure, che dal rifiutare qualsiasi possibilità di un futuro luminoso è già passata a sognare il paradiso terrestre; un allenatore che sembra più Re Mida che non il pratico e caratteriale artigiano che tutti pensavamo di conoscere; un gruppo di giocatori per i quali all’improvviso il pallone è tornato ad essere il caro e ubbidiente amico di una volta, non più un attrezzo pesante e difficile da gestire; persino una proprietà che, dopo un biennio di gestione quantomeno allegra e sicuramente poco produttiva, oggi può permettersi di rilanciare la propria immagine grazie all’exploit di questo avvio.. A Valencia oggi si cammina a un palmo da terra: per quanto, lo vedremo. Ma al momento, osservare questa squadra è un vero e proprio godimento.

Il nuovo Valencia

Marcelino ha creato tutto ciò con la sua solita formula. O meglio, proponendo la sua solita figura geometrica: il quadrato. Inteso come modo di gestire il gruppo, chiudendolo, compattandolo e creandogli attorno un perimetro di difesa che permette di tenere tutta l’energia, positiva o negativa che possa essere, all’interno. Il che, se hai in mano una miscela di giovani rampanti e figure bisognose di rilancio, è una ricetta consigliabile. Ma il quadrato può anche fotografare il suo modo di giocare a calcio, anche se è necessario fare delle specifiche. E’ vero che tradizionalmente Marcelino si affida al 4-4-2, modulo che ha rivoluzionato il calcio una trentina di anni fa ma ultimamente superato da versioni più alla moda che non effettivamente innovative. Però il suo non è assolutamente un sistema di gioco “vecchio”. Né tanto meno liquidabile come “semplice”, perché sia il suo Villarreal che questo Valencia hanno la capacità di trovare una discreta dose di equilibrio schierando di base almeno cinque giocatori offensivi, addirittura sette se consideriamo il lavoro prodotto sulle fasce da terzini chiamati costantemente a partecipare alla costruzione del gioco d’attacco. Non è un 4-4-2 piatto e corto. E’ un sistema di gioco dove le due punte sono attaccanti veri, che giocano vicini e che possono ambire entrambi ad andare in doppia cifra realizzativa. Dove gli esterni di centrocampo sono uno un vero e proprio attaccante esterno (“estremo” dicono in Spagna, con una definizione particolarmente azzeccata per l’idea che emana) e l’altro una sorta di mezzala d’attacco, che sceglie piste convergenti verso l’interno del campo con la triplice funzione di associarsi al regista offensivo (che ha un posizionamento medio più alto di diversi metri rispetto agli standard abituali), di produrre inserimenti improvvisi in area di rigore e di lasciare libero sfogo sulla corsia esterna al terzino di spinta. Il tutto imperniato su di un mediano basso che ha sì il compito primario di tagliare il gioco avversario ma anche quello di far uscire il pallone in verticale nel minor tempo possibile, e retto da una coppia di centrali che spesso si ritrovano costretti in parità numerica, il che lascia spazio a qualche gol subito di troppo, ma è un sacrificio preventivato e accettato. Praticamente, l’opposto rispetto alle stereotipo del 4-4-2 classico, ordinato e “vecchio stampo”.

valencia modulo marcelino

Zaza e i suoi fratelli

Simone Zaza, soprattutto per noi italiani ma anche per gli spagnoli, è l’uomo copertina. Il fatto che abbia segnato nove gol in undici partite e che sia il primo degli umani dietro a D10s nella classifica dei marcatori ha fatto scoprire alla Liga le potenzialità di un cannoniere che era volato via con quel bislacco pallone di Bordeaux, ma solo per il tempo necessario a ritrovarsi e a ritrovare le condizioni giuste per rilanciarsi. Noi in Italia conosciamo bene le potenzialità di questo numero 9 puro e anche moderno, così come quelle impennate caratteriali che continuano a covare in lui, ma che a Zaza ora riesce più facile tenere a bada, schiacciandole con la soddisfazione di essersi (ri)scoperto grande. Sul campo attraversa un periodo famelico, che fotografa perfettamente la condizione mentale della squadra che guida: segna con una precisione impressionante, se considerate che con gli ultimi quindici tiri effettuati ha fatto otto gol (e che Ronaldo, ad esempio, in questa Liga ne ha fatto uno con 42 conclusioni). Inoltre, ha segnato in tutti i modi: con il suo tagliente sinistro, di testa, col destro, da dentro e da fuori area. Così come ha segnato a raffica il suo socio, quel Rodrigo che incantava da ragazzino al Benfica ma che, dopo due anni passati fra infermerie e delusioni, ora è diventato quell’attaccante d’accompagnamento che non solo lavora bene per la squadra ma sa anche portare un numero di gol assolutamente inedito: ha segnato in nove delle ultime dieci partite giocate fra club e Nazionale, conquistandosi un’altra, inevitabile chiamata dal CT spagnolo Lopetegui e dimostrando al mondo del calcio che si può sperare nell’auspicato ritorno della figura della “seconda punta”, finita a serio rischio di estinzione negli ultimi anni. Come già fatto nel Villarreal ai tempi delle coppie Uche-Vietto e Soldado-Bakambu, Marcelino ci sta facendo vedere di avere l’ambizione e la capacità di produrre non un solo punto di riferimento per il gol, ma almeno due. Almeno, perché se parliamo di gol ci sono stati un paio di momenti che hanno sancito la vera e propria catarsi del calcio valencianista. Ed entrambi, li ha firmati Gonçalo Guedes. Guedes è un quasi-ventunenne che l’anno scorso si è ritrovato al PSG forte dei meriti mostrati nei suoi esordi al Benfica ma anche sovrastato dalle figurine (o meglio, dalle figurone…) collezionate dallo sceicco Al-Thani. Di conseguenza, a fine mercato è partito per Valencia con l’etichetta di quello che ha indubbiamente del potenziale ma che deve ancora mostrare di saperlo tradurre. Detto, fatto. Da subito, Gonçalo Guedes si è presentato come un attaccante di sinistra ma destro di piede, con la spinta propulsiva di uno scattista ma anche con la poco comune capacità di gestirla e di convogliarla, come si è visto nel gol fantasmagorico segnato nel primo tempo contro il Siviglia, quando prima ha bruciato due difensori, poi li ha aggirati non senza sbeffeggiarli, e infine ha fulminato il portiere con una saetta in stile Zeus. In più, questo ragazzo ha fatto vedere di avere anche una personalità già spiccata, e lo dimostra la pennellata valsa, in casa del Betis, il suo primo centro nel campionato spagnolo: già provarci è per pochi, riuscirci solo per i fuoriclasse. A completare il comparto offensivo ci sono il “golden boy” di casa Carlos Soler, un classe ’97 che gioca come un veterano e che ha una sensibilità sia tecnica che strategica in grado di collocarlo in cima ai prospetti della sua età, e il capitano Daniel Parejo, che può essere definito semplicemente come un giocatore differente. Uno di quei registi destinati a dividere per l’eternità, ma che sa colpire dritto al cuore. Sia quello di chi lo guarda con un certo tipo di occhi, che quello di chi lo affronta. Il tutto sorretto da una base di forte impronta “italiana”, sicuramente non impeccabile come dimostra la media di un gol subito a partita, però perfettamente allineata alle caratteristiche di questa squadra: sembra una ciurma di pirati, feroce, aggressiva, votata all’avventura a volte anche in modo scriteriato ma capace di alimentare costantemente il fuoco. Prendete Kondogbia: si è visibilmente liberato dalle catene, fa viaggiare il pallone come non è mai riuscito a fare in due anni di Serie A, anche se mantiene quelle goffaggini posturali e quelle letture un po’ troppo personali che rimangono il suo più grande limite. O Jeison Murillo, l’altro elemento in fuga dall’Inter presentatosi a Mestalla ad Agosto: finora ha giocato il 55% dei minuti in campionato, con lui in campo il Valencia ha subito tre gol e senza ne ha presi otto, però – se prendiamo i principali difensori centrali del campionato – solo Sergio Ramos ha una media di falli fatti per partita più alta. E non si può pensare che risolva sempre tutto Neto, che fin qui con le sue parate ha portato una decina di punti, facendo vincere brillantemente la scommessa a chi ha creduto in lui dopo due anni da riserva di lusso.

E adesso, vediamo…

Tradotto in numeri, il Valencia che l’anno scorso ha ottenuto una salvezza tanto triste quanto tardiva oggi è la prima inseguitrice del Barcellona, e dopo 11 giornate di campionato ha portato a casa l’enormità di 17 punti in più rispetto alla stagione passata. Tutto questo è nato in tre mesi, un tempo che si può vedere come esaltante ma anche come illusorio, ragion per cui esiste la concreta possibilità che la cascata di fuoco che la banda di Marcelino sta riversando su questa Liga vada pian piano attenuandosi sul lungo periodo. Anche perché il roster non è certo faraonico, se si considera che oltre alla base degli undici titolari canonici esiste fondamentalmente un solo cambio di livello per reparto (Jaume Domenech, Gabriel Paulista, Andreas Pereira e Santi Mina). Per il resto, la rosa è completata dai giovani emersi da una cantera estremamente fertile, che però non possono dare garanzie immediate: per questo sono già programmati ulteriori innesti per gennaio, anche se molto dipenderà da quello che succederà nel prossimo mese. Anche perché, fra due settimane a Mestalla arriva il Barça: lì il Valencia – e noi con lui – comincerà a conoscere veramente quale può essere la sua dimensione in questa stagione. Ma intanto, una certezza l’abbiamo: sarà una notte spettacolare, una notte di grandissime emozioni. Impossibile da perdere, perché quando il calcio scatena le sue scintille, arrivano sempre fuochi d’artificio. E quando ci sono i fuochi d’artificio, non importa quanto durano. L’importante è non perderseli.