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La disperazione di Belotti - FOTO: Vivo Azzurro

Le due immagini dell’Italia del calcio protagonista di quella che potrebbe definirsi come la più grande figuraccia della sua storia sono le lacrime di Buffon e l’urlo rabbioso di De Rossi, due veterani che come pochi sentono la passione del tricolore, amano la maglia azzurra e si inorgogliscono a cantare l’inno. Non è solamente la fine di un ciclo, comunque né vincente né convincente, ma la sublimazione di una disfatta se non annunciata in qualche modo cercata. Cercata perché da troppo tempo non si è attuato in modo concreto e non soltanto per la questione dei vivai o delle squadre giovanili sempre troppo attempate e poco allenate a calcare grandi palcoscenici. Non fermiamoci ai soliti discorsi sulla vecchiaia ma pensiamo a chi governa in questo momento il pianeta calcistico italiano. E dato che la scelta di assumere un Ventura inadatto a trascinare una delle nazionali più storiche di sempre è stata di Tavecchio, è dalla cima che bisogna partire. Senza badare ai soliti discorsi sulla corruzione e su un laissez faire ormai incrostato nella nostra cultura, va preso atto che non segnare neanche un gol alla Svezia in 180 minuti è non solo dovuto alla negligenza di un tecnico incapace e senza idee ma anche al livello medio di un gruppo di calciatori che con i loro club sciorinano prestazioni nettamente superiori e che nell’ultimo periodo hanno praticato un’autogestione solo apparente. Perché se avessero voluto remare contro il tecnico, Insigne a Solna avrebbe giocato largo a sinistra e non come regista.

Italia, guardare avanti nonostante tutto

Partendo dal presupposto che non ci fosse bisogno di una delusione così profonda come quella di un mancato accesso al mondiale per ripartire da zero, la faccia positiva della figuraccia di San Siro è che adesso il fondo è stato toccato. Per la classica legge di Archimede adesso la risalita è praticamente automatica, anche se per molti sarà dura seguire un mondiale senza l’Italia. Un ripulisti importante sarebbe il primo passo verso uno sviluppo di un nuovo modo di agire, fatto di gente che sa di calcio e di sacrifici economici, come quello che in molti vorrebbero chiedere a Carlo Ancelotti, un tecnico che difficilmente sarà disoccupato per molto tempo che però è anche nell’età giusta per provare a farsi ingolosire dall’azzurro.
Una rivoluzione assoluta è uno scenario poco probabile. Ma se dalle disgrazie – sportive si intende – qualcosa si può ottenere è sicuramente la consapevolezza che qualcosa di nuovo si può proporre, a base di motivazioni e sfide prima impensabili. Ed ecco che l’idea di un europeo itinerante nel 2020 potrebbe stuzzicare non soltanto l’arrivo di un allenatore con gli attributi e l’esperienza giusta, ma anche degli esperimenti con i giovani. Una transizione in due anni e mezzo è fattibile, partendo dalle scommesse sui vari Caldara, Donnarumma, Romagnoli e Chiesa per poi cercare la conferma di elementi come Florenzi e Insigne, che in questo momento rappresentano il presente e anche il futuro, se messi in condizione di rendere bene.

Chi invece intende guardare subito il bicchiere mezzo pieno, senza aspettare perché colto dall’ansia, pensi a mente fredda: con un tecnico così sgonfio e un gruppo di calciatori bollito e borioso al mondiale avremmo fatto solo un’altra figuraccia. E sarebbe stata la terza di seguito. Con questo panorama, meglio starsene a casa.