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Gennaro Gattuso

Nella tragedia greca, quando una trama s’infittiva al punto che non era più possibile darle una risoluzione logicamente scaturibile dalle premesse, si era soliti fare intervenire un personaggio denominato Deus ex machina (“divinità dalla macchina”, traduzione latina del greco antico “apò mechanés theos“), che compariva clamorosamente sulla scena per ristabilire l’ordine delle cose, senza giustificare l’intreccio costruito fino a quel momento; un evento fortuito con correlazioni altamente improbabili con il resto della vicenda.
Ieri il Benevento ha guadagnato il suo primo, storico punto in Serie A contro il Milan del nuovo allenatore Gennaro Gattuso, pareggiando al 95′ con un gol del suo portiere Brignoli. Tuttavia, se anche l’avventura nel massimo campionato degli Stregoni potesse essere paragonata nel suo andamento a una tragedia, con le sue 14 sconfitte in 14 partite giocate (almeno fino a ieri), non si potrebbe comunque dire che Brignoli e il suo gol del tutto non preventivabile siano stati il Deus ex machina della vicenda. Pur ammettendo tutta la fatalità e provvidenzialità dell’avvenimento, non si è trattato di un gol estemporaneo, casuale, immeritato: è stato un gol che ha seguito perfettamente la trama della partita, una conseguenza logica del comportamento delle due squadre. Ma cosa ha fatto il Milan per gettare le premesse di questo piccolo disastro? Quali sono le nuove idee portate da Gattuso ai rossoneri? Come, invece, hanno miseramente fallito?

Il primo Milan di Gattuso

Non è soltanto la classica retorica da cambio di panchina: in una settimana non si fanno le rivoluzioni. Gattuso lo sa bene. E in settimana aveva spiegato che avrebbe mantenuto una struttura simile a quella di Montella e con le stesse prerogative di palleggio prolungato in costruzione – che ben si addice alle caratteristiche di questa squadra – pur provando a fare qualche cosa di diverso per scardinare la difesa avversaria: più verticalizzazioni, per esempio. Contro il Benevento il Milan si è quindi schierato con un 3-4-3 non molto dissimile dal 3-4-2-1 di Montella, ma al di là dei numeri ci sono state alcune differenze visibili. L’idea di Gattuso, almeno in questa partita, era di mantenere gli esterni bassi di centrocampo, Rodriguez e Borini, molto alti, praticamente sulla linea degli attaccanti, per bloccare le ali del Benevento in compiti di copertura e avvicinare, stringendoli, Bonaventura e Suso a Kalinic per trovare qualche trama in più nello stretto grazie alle loro capacità tecnico-associative.

Benevento-Milan
Il tridente d’attacco è praticamente composto da Rodriguez-Kalinic-Borini. Suso e Bonaventura sono più stretti, Montolivo in possesso palla dovrebbe aspettare l’inserimento di Jack nel mezzo spazio per creare un’occasione interessante, invece si accontenta di trovare Borini sulla fascia.

Con questo schieramento il Milan è in grado di sfruttare bene tutti i corridoi del campo e i due uomini più dotati tecnicamente e creativamente hanno più spazio da attaccare (spesso partono anche da dietro centrocampo) e più possibilità: quando si sono allargati sulle fasce per puntare l’uomo, i terzini sono entrati dentro il campo. Nell’azione sotto, tutto quello che Gattuso avrebbe voluto vedere per 90 minuti: la verticalizzazione immediata di Montolivo, la sponda di Kalinic e i movimenti di Suso (dentro l’area) e Rodriguez (in basso a sinistra), che Bonaventura avrebbe potuto servire senza troppi problemi. Da un certo momento in poi, però, la verticalizzazione è diventata quasi un modo semplice di liberarsi della palla, uno scarico di responsabilità poco ragionato, soprattutto da parte di Musacchio e Romagnoli per trovare gli esterni in profondità sulle fasce.

Se questi meccanismi possono offrire al Milan più mezzi per arrivare in porta, e si sono visti più movimenti e scambi di posizione del solito per aprire gli spazi, creano anche gravi scompensi fisici e difensivi. Si tratta di un modo di giocare molto dispendioso, e in transizione negativa i terzini hanno tanto – troppo – campo da recuperare: Borini ha fatto una buona diagonale su Parigini solo nella prima metà del primo tempo, dopodiché è costantemente andato in difficoltà; D’Alessandro dall’altra parte è stato una spina nel fianco per tutta la partita, soprattutto quando il Milan si è abbassato per la stanchezza e per l’espulsione di Romagnoli negli ultimi 20 minuti. Tutte le difficoltà dei due esterni rossoneri in un’azione degli stregoni nel primo tempo:

Cambiare modo di pressare

Un’altra cosa che il neo allenatore rossonero ha provato a cambiare, ma senza sconvolgere i meccanismi, è stata l’azione di pressing. Con Montella il Milan avvicinava sempre almeno 4-5 giocatori in zona palla; a inizio azione questi erano la punta, i due trequartisti, una mezzala e l’esterno basso, che abbandonavano anche visibilmente la propria posizione facendo alzare il baricentro della squadra. Ieri invece il Milan ha cercato principalmente di schermare il centro del campo, concedendo le fasce al Benevento e posizionandosi quasi in linea per togliere linee di passaggio, cosa che Gattuso ha detto di apprezzare molto per il recupero palla.

Fase difensiva Milan Gattuso

Dopo una prima fase di schermatura con i tre uomini offensivi piuttosto stretti, il Milan retrocede disponendosi con un 5-4-1 (Kalinic non si vede nell’inquadratura), scalando sulle fasce solo una volta che la squadra è molto bassa. Le due linee, che in via teorica sarebbero dovute essere molto strette, hanno comunque concesso molto spesso ai giocatori del Benevento di ricevere nello spazio. Nell’immagine sopra, per esempio, Chibsah si smarca troppo facilmente sulla trequarti, come ha fatto spesso molto bene anche D’Alessandro. È ancora presto, ma la gravità del risultato e della prestazione preoccupante del Vigorito ci consentono di parlare di una forte incoerenza tattica: un atteggiamento da grande squadra, che vuole controllare il gioco, in fase offensiva, non supportato dal modo di difendere, si potrebbe dire “da provinciale”, molto bassi a togliere respiro alla manovra avversaria per soffocarla sulle fasce. Questo ha portato il Milan ieri a compiere spesso una scelta netta, che l’ha condotto ad avere un gioco proattivo in alcune fasi di partita e reattivo in altre. Il risultato è stata la fase difensiva a oltranza dell’ultimo quarto d’ora e più, in cui il pareggio non è stato altro che la naturale conclusione di uno spartito molto chiaro. Il gol di Brignoli, allora, non è arrivato da deus ex machina, contro ogni ragionevole logica e quasi ribaltando le impressioni degli spettatori; è stato più il gesto di un eroe, in grado di ergersi tra i buoni che, pur avendo operato nel giusto per 90 minuti, non erano ancora riusciti ad avere ragione della validità dei propri principi. Una storia dal finale scontato, potremmo dire, di quelli che tutti aspettano come degna conclusione della trama e che sanno arriverà soltanto alla fine, quando la suspance è giunta ormai al culmine del suo sviluppo. Il Milan non ha fatto niente perché ci aspettassimo un esito diverso.