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andrea soncin

Semplice, emozionante, gratificante. Chiacchierare di calcio con Andrea Soncin – protagonista per oltre un ventennio sui campi di calcio, attaccante di razza ribattezzato il “Cobra” per la sua pericolosità sotto porta – è l’ennesima dimostrazione di come, in un momento di simile mestizia e depressione per il nostro movimento, affidarsi alla sapienti mani di gente esperta, possa rappresentare una delle soluzioni necessarie per far ripartire un sistema pieno di falle. Pacatezza, educazione, umiltà, senso del dovere, determinazione. Per capire cosa manca ai nostri giovani per riuscire a emergere, è necessario comprendere quelle caratteristiche, quei valori, che con il tempo si sono persi in nome di un progresso soltanto apparente che ha finito col rendere la società di cui facciamo parte schiava e inerme davanti a una deriva capace di travolgere tutto, comprese quelle certezze che dovrebbero alla base di qualunque sistema civile. In esclusiva per Contra-Ataque.it, ecco di seguito la nostra intervista con l’ex bomber di Ascoli, Padova, Lanciano e Atalanta, oggi commentatore tecnico per Sportitalia.

Intervista ad Andrea Soncin

Più di vent’anni sui campi di calcio, fino al ritiro della scorsa estate. Come ci si sente a stare dall’altra parte dopo una lunga carriera così longeva e ricca di soddisfazioni?

Devo dire onestamente che adattarsi a una nuova vita non è semplice, più che altro perché ti mancano quelle cose, quelle emozioni che per tanti anni ti hanno accompagnato durante la stagioni, la settimana, l’adrenalina della partita, il contatto con i tifosi. Tutte cose che rappresentano la parte più bella di chi ha la fortuna di fare quel lavoro che ho fatto io, emozioni che non trovi da nessuna parte, uniche. Diciamo che la grande passione per il calcio mi tiene ancora legato a un mondo che mi è appartenuto per tanto tempo.

Fino alla scorsa stagione ha segnato gol pesanti anche nella sua ultima esperienza con il Montebelluna, mi chiedevo dunque come fosse maturata la decisione di dire basta. Questione di stimoli o crede semplicemente fosse arrivato il momento?

Gli ultimi sei mesi li ho fatti in serie D, in una realtà tranquilla, vicino casa, dove mi sono divertito molto. Non so se fosse davvero arrivato il momento o meno, ma penso che dopo tanti anni sono cose che vengono da sé. Ho avuto la fortuna di non aver mai subito gravi infortuni e anche l’anno scorso, nonostante i 39 anni, mi sentivo abbastanza bene…

Mi ha molto colpito una recente osservazione di Marco Giampaolo, tecnico della Sampdoria, a proposito dei tanti giovani calciatori italiani che si affacciano al calcio professionistico. Secondo lui, rispetto a qualche anno fa, c’è meno fame e voglia di arrivare anche in confronto ai calciatori stranieri che provengono da altre realtà. La sua carriera parla da sola, prima la gavetta in serie C, poi tantissima serie B, fino alla serie A: cosa è cambiato in questi ultimi vent’anni nella testa e nella consapevolezza di un giovane ragazzo che aspira a diventare calciatore?

Penso sia cambiata innanzitutto la società, sono cambiati i ragazzi, sono cambiati i genitori, le abitudini in generale. Di sicuro mister Giampaolo ha detto una sacrosanta verità, nel senso che adesso spesso sono i genitori a dare degli insegnamenti sbagliati, esiste la cultura del tutto e subito, che porta a credere che sia tutto facile e dovuto. Per questo i nostri ragazzi hanno poca pazienza nel perseguire i propri obiettivi, però credo che alla base ci sia proprio un cambiamento radicale da parte dei genitori nell’educazione verso i figli. Ai miei tempi era tutto diverso, non esistevano smartphone, tablet, si trascorreva molto più tempo in cortile o all’oratorio. Senza arrivare ai professionisti ma restando nel mondo dei bambini, alla mia età ad esempio un ragazzino di 8-10 anni a livello di coordinazione motoria era molto precoce e già sviluppato, proprio perché passava ore e ore a giocare con gli amici. Oggi magari ci sono bambini di 10 anni che hanno difficoltà a fare una capriola perché non l’hanno mai fatta in vita loro o quasi.

L’argomento più dibattuto del momento è quello relativo a come riformare il nostro movimento dopo il fallimento della Nazionale. Sappiamo che segue da addetto ai lavori anche il campionato Primavera, crede che a livello giovanile i tecnici stiano facendo il giusto lavoro nell’ottica della costruzione dei talenti del futuro?

Ci sono tanti tecnici preparati che lavorano bene. La rivoluzione deve partire dal basso, dalle società, non tanto a livello professionistico, quanto in ambito dilettantistico. Bisogna capire che si deve investire negli istruttori, visto che spesso per risparmiare si danno in mano squadre di bambini a gente con pochissima competenza e esperienza. La federazione dovrebbe imporre dei paletti più severi in questo senso, oppure deve cambiare la mentalità delle società, occorre capire che gli investimenti fatti in infrastrutture e istruttori per i settori giovanili non sono investimenti a perdere ma capaci di dare i propri frutti nel medio-lungo periodo.

Da esperto di calcio Primavera, su quali nomi scommetterebbe per il futuro?

Esistono diversi giocatori validi, in tante squadre. Mi viene subito in mente Melegoni dell’Atalanta che secondo me è il centrocampista più forte in assoluto dell’intero panorama, ma anche Pierini del Sassuolo che è un esterno fortissimo, o Gaetano del Napoli. Il problema è più che altro quello di dargli fiducia e spazio nel passaggio al professionismo.

Negli ultimi tempi avrà certamente avuto modo di osservare da vicino il lavoro di Rino Gattuso con la Primavera del Milan. Al di là della particolarità dell’episodio che ha visto coinvolto il Milan a Benevento, crede che possa essere l’uomo giusto per una sfida così delicata come appare quella sulla panchina rossonera?

Ho seguito la Primavera del Milan anche l’anno scorso quando c’era Nava e si trattava già di un gruppo molto qualitativo. Gattuso gli ha dato quel qualcosa in più, mentalità e carica agonistica. Penso che possa fare bene proprio sotto questo aspetto, anche se è chiaro che dipende da quali saranno gli obiettivi societari. Fare bene magari può significare migliorare l’attuale posizione in classifica, senza centrare la qualificazione in Champions League perché al momento davanti ci sono sicuramente squadre più attrezzate.

Parliamo un po’ della sua carriera: si ritiene soddisfatto da quanto dimostrato, oppure pensava di poter fare qualcosa in più soprattutto in serie A?

Sono sicuramente soddisfatto della carriera che ho fatto. L’unico rammarico probabilmente è quello relativo alla serie A, perché avevo dimostrato sul campo di poterci stare bene. Qualche apparizione in più mi sarebbe piaciuto farla, però nel complesso sono contento della carriera, delle esperienze in tante piazze importantissime e calorose.

Se dico 5 novembre 2006 a cosa pensa?

Eh… penso ad Atalanta-Milan 2-0. Un gol indimenticabile, il sogno da bambino che finalmente si realizzava, al cospetto di grandi campioni. C’è poco da aggiungere, rappresenta una di quelle emozioni che rimangono dentro a distanza di anni. Quando ci penso, sento ancora la vibrazione del momento, una cosa unica.

Qual è il club in cui ha militato al quale è rimasto più legato?

Diverse esperienze sono state importanti e formative per la mia carriera, ma quello a cui sono più legato è certamente l’Ascoli dove ha passato molti anni facendo tanti gol, dando e ricevendo tanto affetto.

Qual è il giocatore con cui ha diviso lo spogliatoio che credeva potesse arrivare più in alto di quanto poi fatto in realtà?

Ne ho visti tanti, ma se devo fare un nome dico Marco Bernacci, mio compagno d’attacco ad Ascoli.

Il calciatore più forte con il quale ha giocato?

Ho avuto la fortuna di incontrarne tanti, da El Shaarawy a Immobile, da Zaza a Darmian… Come detto in passato, credo che Riccardo Zampagna credo sia stato tra i più forti in assoluto, un giocatore veramente sopra le righe.

Tra qualche anno si vede in panchina?

Si, mi piacerebbe. Poter gestire una squadra rappresenta certamente un obiettivo da raggiungere.

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Nato nel ’85, pugliese purosangue. Portalettere nella vita, mi piace assemblare (le lettere), scrivendo di calcio nei suoi risvolti più nascosti e raccontare le storie di chi fatica e suda lontano dalle luci dei riflettori. Maidirecalcio.com mi aiuta a immaginare ciò che poteva essere e non è stato, senza rimpianti.