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Antonio Candreva, Inter-Fiorentina - Fonte: Internazionale FC Accoutn Twitter
Antonio Candreva, match-winner in Sassuolo-Inter Fonte: Internazionale FC Account Twitter
Siamo a metà primo tempo di Inter-Lazio. Borja Valero prova l’imbucata per l’inserimento in area di Candreva. Il pallone è un po’ lungo e quest’ultimo manca l’aggancio. A questo punto conviene bloccare l’immagine, prima di vedere quello che succede dopo. Fermare l’immagine e andare indietro nel tempo.
Raccontando. Se hai deciso di fare l’ala destra e non hai niente, ma proprio niente in comune con George Best, sarà meglio
che tu metta in conto di riuscire molto difficilmente ad essere amato dalla gente. Se sei molto bello e hai  deciso di fare l’ala destra, di questi tempi, può andarti ancora molto bene. Pure se non hai il dribbling ubriacante, pure se non hai affatto l’indole ribelle. D’altronde, ai suoi tempi, uno come Best pure poteva ben
considerarsi bello. Fu lui stesso a dire, in una delle sue sortite che hanno trasformato l’essenza del personaggio in una figura iconica: “Se non fossi stato così bello, non avreste mai sentito parlare di Pelé.” D’altronde ancora, sempre ai tempi di Best, l’indole ribelle andava di moda. Ai tempi di Beckham no. Ai tempi di Beckham, e pure adesso, per andare di moda basta pure solo essere alla moda. E se sei bello come il biondo inglese e sei alla moda, tanto ti basta per diventare un’icona moderna ed essere amato dalla gente di tutto il mondo, facendo l’ala destra. Pur se sei, come lui, un’ala destra atipica. Pure se, ormai, non si chiama
nemmeno più ala destra. Fermo restando che Beckham aveva comunque un destro e una capacità di calcio decisamente fuori dal comune, e aggiungendo che è stato, innanzitutto, un calciatore di altissimo livello internazionale. Se non hai l’estro di Best, non hai l’indole ribelle, non hai il destro di Beckham e non sei neanche tanto alla moda, la tua vita può rivelarsi ben difficile, se hai deciso di fare l’ala destra. Anche perché, in fondo, non
l’hai deciso tu, di fare l’ala destra. Ti ci hanno messo lì, su quella fascia, e tu sapevi benissimo di non avere l’estro del fuoriclasse, né il dribbling ubriacante né lo spunto del velocista. E allora hai capito fin da subito che ti conveniva provare ad arrangiarti con ciò che avevi, senza tanti grilli per la testa. Cominciare a sbuffare, consumando l’erba su quel lato del campo, correre, correre, correre e poi ancora correre, fino a poter crossare, per recapitare la palla agli altri, per permettergli di fare gol. O magari tirare tu in porta, non appena ne hai lo spazio e l’occasione, non certo per fare un torto a quegli altri, ma perché in fondo tirare è
sempre stata una delle cose che tu sai fare meglio, che ti viene più efficace.

Né Best, né Beckham: semplicemente Candreva

Antonio Candreva non era affatto nato per fare l’ala destra, almeno lui non se ne era mai accorto. Giocava in mezzo al campo, fin dalle giovanili della Lodigiani, tendenzialmente in posizione più avanzata. Un trequartista moderno, si sarebbe potuto definire. E giocando in quel ruolo aveva raggiunto la sua prima consacrazione. Aveva trascinato il Livorno in serie A e, giocando con gli amaranto la prima parte della stagione nel massimo campionato, era riuscito a imporsi al punto di poter diventare addirittura un calciatore della Juve. Aveva 23 anni. Certo era una delle edizioni della Juventus meno fortunate della storia, ma si  trattava pur sempre della Juve. Durò poco, tuttavia. Da gennaio a giugno. I bianconeri chiusero al settimo posto in classifica e nella malinconica e angosciosa ontemplazione della grandezza a cui pareva non riuscissero più a conformarsi, decisero che Antonio non faceva al caso loro. Il suo cartellino tornò nelle mani dell’Udinese, i bianconeri dei Friuli, che decisero egli non facesse neanche al caso loro, pure loro come quegli altri bianconeri. La stagione successiva egli la giocò a Parma, in modo piuttosto anonimo. L’anno seguente finì alla neopromossa Cesena. Insomma, quando era giunto il momento del grande salto, Antonio era rimasto lì, con i piedi inchiodati a terra. Se ne sono viste di carriere calcistiche prendere una direzione simile e quindi adeguarsi a essa, normalizzarsi, intrappolarsi ad un certo stadio. Hai avuto la tua occasione per passare ad uno stadio successivo, non riesci a coglierla, torni indietro e finisci per adagiarti lì. Se ti va bene tocca accontentarti di quella che i latini chiamavano aurea mediocritas, se ti va male rischi che, ad ogni passo della tua vita sportiva, ti accompagni il rimpianto, insieme al tuo procuratore. Fosse rimasto interno di centrocampo, preferibilmente trequartista, ad Antonio Candreva sarebbe rimasta semplicemente una di queste due opzioni. Non sarebbe andato oltre, in quel ruolo. Le sue qualità non gli avrebbero potuto permettere di superare un certo livello.

Un nuovo ruolo, una nuova vita

​A un certo punto, però, il nostro Antonio finì alla Lazio. Da bambino era tifoso romanista e, in quel peculiare clima che si respira negli ambienti del tifo della Capitale, certe cose non passano inosservate. Così, all’inizio, le cose furono  maledettamente complicate per lui. Per sua fortuna, tuttavia, egli non è affatto il tipo che si arrende facilmente ed è pure il tipo che ha già avuto modo di capire che nella vita le cose difficilmente vanno esattamente come tu avresti sognato o semplicemente progettato. Allora tocca prenderne atto, calarsi nella condizione cui la realtà e lo stato delle cose ti pone, e trovare il modo per pedalare. Nel suo caso specifico si trattava di correre sulla fascia destra, più precisamente che pedalare. Fu Pioli a destinarlo definitivamente a quel ruolo, a indirizzarlo decisamente all’ala destra, e lui prese a correre, a crossare e a tirare. Che poi, ripeto,
nessuno neanche la chiama più ala destra. Una definizione moderna potrebbe essere esterno alto a destra. Fatto sta che, con Pioli, diventò uno dei protagonisti assoluti dei biancocelesti, squadra che al suo picco raggiunse il terzo posto in campionato e la qualificazione ai preliminari di Champions. Avrebbe voluto
diventare anche il capitano, ma qualcuno decise che non era il caso. Si adeguò anche a questo, tanto più che nel frattempo era diventato indiscutibilmente uno degli esterni destri più apprezzati della nostra Serie A, perlomeno da quelli che certe cose le fanno di mestiere. Dagli altri non è mai stato molto amato, fin dal
principio. Indipendentemente dalla presunta squadra del cuore di quando era ragazzino.

L’ala destra che non c’è più

Il peggio doveva ancora venire, infatti. La critica social si è letteralmente scatenata da quando è finito all’Inter e si è inasprita ancor di più da quando l’Italia ha vergognosamente mancato la qualificazione mondiale, inciampando nel doppio confronto di spareggio con la Svezia. Non ci ha fatto una bella figura Antonio, trovandosi in mezzo al disastro. Con tutti quei palloni che lui crossava di destro e di sinistro e che finivano irrimediabilmente preda dei difensori scandinavi. Come potrebbe, d’altro canto, farci bella figura qualcuno in un disastro? Non sarà mica colpa sua, se l’Italia è affondata? Non era mica lui, il capitano della nave? Non gli hanno fatto fare manco il capitano della Lazio, figuriamoci. Lui fa l’ala destra, senza avere niente, ma proprio niente in comune con George Best. E neanche con Beckham. E neanche si chiama più ala destra. Gli altri, comunque, tengono statistiche aggiornate sui cross sbagliati di Candreva, dibattono sui social di purezza concettuale e teoretica applicate al calcio, e questo tizio proprio non gli va a genio. Innanzitutto sarebbe da spiegare che non necessariamente un cross, sul quale riesce ad intervenire il difensore prima dell’attaccante, può essere considerato sbagliato per definizione. Poi, bisognerebbe chiedersi, ma forse Antonio Conte è un fesso? Lui, che lo considerava fondamentale per la sua Nazionale al punto da impiegarlo a tutta fascia nel suo 3-5-2, insomma portandolo pure ben oltre il ruolo di ala destra, esterno d’attacco, come diavolo volete chiamarlo voi. Conte non aveva tenuto il conto dei cross sbagliati? O magari è un impuro. E
Mancini? Che dopo quello che poi si rivelò il suo ultimo anno all’Inter, disse: “ho bisogno di uno sulla destra, prendetemi Candreva.” Mancini neanche è simpatico a costoro, lo so. Magari sarà lui che non ci capisce. E Spalletti? Forse manco Spalletti ci capisce tanto, visto che non lo leverebbe dal campo manco sotto tortura e ribadisce, ad ogni occasione buona, quanto lo ritenga fondamentale per la propria squadra. O a lui, evidentemente, avranno mica fornito statistiche sbagliate? Uno come Antonio Candreva le statistiche le guarda poco, potrei giurarci. Eppure ce ne sarebbero alcune interessanti, magari basterebbe solo soffermarsi sul numero di assist realizzati in questa prima metà di
campionato. Ancora più utile e produttivo sarebbe semplicemente guardarsi le partite, sapersi rendere conto del contributo effettivo che questo calciatore è in grado di portare alla propria squadra. Una squadra che fino a qualche domenica fa guidava la classifica di Serie A, certamente non incantando, ma non sarà mica colpa
di Candreva pure questo?

Condannato a non piacere

Non è un campione Antonio Candreva, potete e possiamo ben dirlo. Ne è pienamente consapevole pure lui, al punto che è nata proprio da questa sua consapevolezza la svolta della sua carriera. Ha capito che non bastava essere quello che era stato fino ad allora, che bisognava cominciare a fare qualcosa di più e anche di
diverso. Che c’era un modo che sarebbe potuto essere più utile per adoperare in campo le proprie qualità e le proprie capacità, cominciando innanzitutto a correre sulla destra. Al limite dello strapazzo, direbbe Eziolino Capuano. Sapendo benissimo di essere condannato a non piacere a tutti, diciamo pure a non piacere a molti. Però puoi fartene pure una ragione, anche se sei un’ala destra, che poi, in fondo, ormai non si chiama più così. E se piaci ai tuoi allenatori, fartene una ragione diventa pure più semplice. E se riesci a fartene una ragione sarebbe davvero meglio. In modo da evitare di fare la figura del fesso in mondovisione, beccato
mentre lanci uno sputo verso qualcuno del pubblico. Magari era uno sputo simbolico, metaforico diciamo, perché ovviamente esso non aveva nessuna possibilità di colpire il bersaglio. Ma figurati se lo perdonano proprio a te.