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Mauro Milanese
Mauro Milanese - FOTO: account ufficiale Twitter Triestina

La storia del calcio italiano è contrassegnata sicuramente da una qualità eccelsa: quella di aver creato meccanismi difensivi talmente forti da risultare impossibili da scardinare persino per le compagini più dotate di estro e tecnica. La fase difensiva è da sempre il fiore all’occhiello del calcio nostrano, in grado per decenni interi di plasmare una scuola di difensori assolutamente temibili per gli avversari. In carriera anche Mauro Milanese ha saputo difendere bene: lo ha fatto per moltissime squadre, sia in Italia che in Inghilterra, portando sempre a termine in maniera egregia il suo lavoro. Dopo una ricca avventura da calciatore adesso si occupa di risollevare le sorti del club che lo ho a cresciuto. Lo abbiamo così intervistato per chiacchierare di nuove ambizioni, vecchie esperienze e analisi concrete del momento attuale vissuto dal nostro movimento pallonaro.

Mauro Milanese si racconta: da Ronaldo a Gaucci fino alle imprese dirigenziali

Iniziamo dal presente e dunque dalla Triestina. Lei ha investito tempo, salute e denaro per risollevare il club nel quale è cresciuto come calciatore. Può tracciare un bilancio (evidentemente parziale) di questa sua esperienza dirigenziale, che potremmo quasi arrivare a definire un atto d’amore?

“Avevo già iniziato come dirigente a Varese, in Serie B, per tre anni. Poi in Inghilterra e adesso per la mia città: abbiamo evitato che la Triestina fallisse, evitando di farla ripartire dalla Terza Categoria, prendendola negli ultimi giorni utili all’asta per poter ripartire dalla Serie C. Per adesso siamo settimi ma il nostro obiettivo è quello di puntare ai playoff e arrivare tra le prime quattro, vedremo se ce la faremo”.

Quali sono quindi i piani a lungo termine per la squadra?

“Ovviamente vogliamo riportarla in B nel minor tempo possibile. Sia la Serie C che la Serie B sono categorie molto dispendiose che comportano introiti importanti”.

Lei ha avuto esperienze dirigenziali sia in Italia che all’estero. In particolare molti la ricordano come direttore sportivo nonché allenatore del Leyton Orient, club che attualmente milita nella National League inglese (la quinta divisione, ndr). Potrebbe dirci qualcosa in più su quell’esperienza e dare un parere sull’attuale situazione del club?

“Inizialmente ero arrivato come direttore sportivo, poi mi venne chiesto di fare il traghettatore nel momento in cui si scelse di cambiare allenatore. In Inghilterra si fa, in Italia invece suona un po’ strano. Così ho fatto quell’esperienza per 3-4 partite e dopo l’esperienza di calciatore al QPR ho avuto modo di testare il calcio inglese anche da dirigente. Purtroppo si è trattato solo di quella mezza stagione, perché il Presidente Becchetti ha preferito affidare la gestione ad Alessandro Moggi e purtroppo la cosa non è andata bene: il club è prima retrocesso e poi fallito. Non credo di poter aggiungere altro perché non conosco bene la situazione della proprietà attuale”.

Torniamo al passato per toccare qualche tappa della sua carriera da calciatore. Con la Triestina e la Cremonese si è messo in luce agli occhi del grande pubblico e, per quanto riguarda la seconda esperienza, ha potuto lavorare con un allenatore molto esperto come Gigi Simoni. Cosa può dirci di lui?

“Ricordo con molto affetto quell’esperienza perché si trattò del mio primo campionato in Serie A. Dopo aver iniziato in panchina diventai titolare, segnai anche 3 gol. Fu una stagione fantastica, tanto è vero che poi sono riuscito ad avere una carriera in varie piazze importanti. Mister Simoni è una persona d’altri tempi, un vero gentiluomo e una persona che punta molto sul gruppo e sui giocatori singoli, per la mia carriera ha avuto un apporto determinante”.

Lei ha avuto l’opportunità di giocare per alcune squadre piuttosto rinomate come Torino, Parma, Napoli e Inter. Tutte però esperienze brevi: se avesse potuto scegliere, in quale piazza sarebbe rimasto?

“Sarei rimasto in molte piazze. Chiaramente sarebbe stato bello rimanere a Napoli, o anche all’Inter dove c’era una grande risonanza mediatica, un grande stadio e giocatori importantissimi come Baggio. In verità io firmai per 3 anni con il Napoli e per 5 con l’Inter, poi le cose magari non sono andate come volevo un po’ per necessità di cambiare o per arrivo di altre gestioni. Si sono aperte delle opportunità e per fortuna magari sono riuscito a far guadagnare qualcosa ai club che mi hanno ceduto”.

Milanese Ronaldo
Mauro Milanese e Ronaldo reggono la Coppa UEFA – FOTO: Twitter

Ha fatto parte di una delle ultime Inter a vincere qualcosa prima del Triplete, avendo anche l’opportunità di condividere lo spogliatoio con un fenomeno assoluto come Ronaldo. Com’è stato osservare da vicino il brasiliano?

“Avevo già avuto la possibilità di giocare con grandi calciatori a Parma, gente come Buffon, Cannavaro, Thuram, Crespo. Poi all’Inter c’era anche Pirlo, che fu ceduto poi al Milan. Ronaldo è stato secondo me il giocatore più forte con cui abbia mai giocato e che abbia marcato, ho avuto il piacere di seguirlo non solo la domenica ma anche in allenamento. Prendeva palla e puntava la porta scartando tutti, era una gioia vederlo, anche perché abbinava velocità e tecnica in una maniera che solo lui conosceva. Poi noi non gli facevamo fallo durante l’allenamento: si pensava sempre di prendere la palla e invece si beccava la caviglia o il ginocchio, quindi meglio averlo a disposizione la domenica per godere dei suoi numeri”.

Si è legato per molti anni al Perugia, in uno dei periodi di massima espansione del club. Ci racconta qualche aneddoto a quegli anni, magari anche sulla figura del Presidente Gaucci?

“Avevo firmato per 5 anni all’Inter ma dopo un paio di anni -peraltro vincendo la Coppa UEFA a Parigi e perdendo uno Scudetto a causa del famoso episodio Ronaldo-Iuliano che tutti ricordano – passai al Perugia. Paradossalmente all’inizio firmai per meno anni ma poi trascorsi 5 stagioni con quella maglia: facemmo 4 anni su 5 di Intertoto in un periodo in cui era impossibile fare le coppe. Il Presidente Gaucci non aveva mezze misure: o pagava premi per le vittorie o ci mandava in ritiro, era abbastanza vulcanico. Ricordo benissimo un episodio prima di Perugia-Juventus, nella partita in cui i bianconeri persero lo Scudetto all’ultima giornata a favore della Lazio: ci disse che eravamo in mondovisione e che o ci faceva ricchissimo oppure ci avrebbe fatto il ritiro in Cina. ‘Vi pago fino al 30 giugno, vi mando lì se non facciamo risultato’, disse. Lui era così, però ha saputo entrare bene nel cuore di tifosi e calciatori e si è tolto anche molte soddisfazioni col club”.

Lei è stato uno dei primi calciatori a lasciare l’Italia per andare a giocare in Inghilterra, in particolare al QPR in Championship: nei suoi anni da calciatore questa mossa poteva sembrare un azzardo. Cosa la spinse a intraprendere quell’avventura?

“Fui uno dei primi italiani ad andare a giocare in Inghilterra. Come esperienza è stata molto bella: volevo migliorare il mio inglese e al contempo fare un’esperienza all’estero. All’epoca molti si facevano problemi di qualità della vita, tra cibo e meteo, io ero affascinato da quegli stadi pieni e dalla gente così vicina al campo da gioco, a un metro dal guardalinee. Lo stadio del QPR era molto piccolo se paragonato agli impianti italiani ma era sempre piano, diventava un catino di gente. Purtroppo in Italia il calcio era diventato uno sport non dico da signorine ma comunque troppo leggero: ogni contatto ci si accasciava atterra, si perdeva moltissimo tempo, falli cercati, barelle. Perciò scelsi un campionato dove gli arbitri fischiavano meglio, in cui si potesse entrare sull’avversario in maniera più veemente anche se corretta. Dopo tanti anni di gavetta e Serie A fu una bella chance: io ci arrivai un po’ vecchio ma avevo voglia di giocare un calcio più fisico. Per me è stata la scelta giusta: ho arricchito molto il mio inglese, sia scritto che parlato, e anche oggi ho la possibilità di esercitarlo nel lavoro”.

Provocatoriamente le chiediamo: anche adesso, per lei, il calcio italiano è ancora “per signorine”?

“C’è la tendenza nei primi tempi a non fischiare come prima, a lasciar correre qualcosa in più e intervenire di meno. Magari nei secondi dopo un paio di mezzi falli non concessi al terzo si fischia, c’è anche la rivoluzione dei cambi quindi un rallentamento di base, poi chi sta vincendo cerca di guadagnare tempo. Anche questo comunque fa parte della bellezza del calcio italiano: siamo nati così e spesso lo si fa senza malizia. Adesso comunque nei primi tempi c’è un miglioramento. Ovviamente il fallo netto va fischiato da regolamento ma sull’intervento dubbio bisognerebbe lasciar correre, a vantaggio del pubblico e dello spettacolo”.

L’attaccante più difficile che abbia mai dovuto marcare? Ronaldo escluso.

“Andai molto in difficoltà quando George Weah veniva su a rete: lui aveva tecnica incredibile e una forza fisica micidiale, nonché una grandissima progressione. Era un giocatore di un’eleganza particolare. Non gli mancava quasi nulla, forse poteva migliorare solo riguardo la cattiveria nel fare più gol: con le qualità che aveva poteva diventare un bomber anche in un campionato tattico come quello italiano”.

Il gol più bello e importante della sua carriera?

“L’unico che ho segnato con il Napoli, 22 anni fa e me lo ricordano ancora tutti. La partita era Napoli-Verona, una gara molto sentita. Combattemmo per 93′, poi calciai la palla che passò davanti a tutti dopo un’evoluzione di un nostro corner: ci fu un boato che sembrava poter far cadere lo stadio giù e noi passammo il turno in Coppa Italia. A Napoli feci solo quel gol ma quando incontro dei tifosi partenopei lo riviviamo insieme, fu un’emozione particolare”.

La sua carriera dirigenziale va a gonfie vele ormai da anni. Ma le manca, almeno un po’, giocare a calcio?

“Onestamente son diventato un po’ pigro! Se mi chiamano per fare qualche partita di beneficenza vado volentieri ma purtroppo quando si passa dall’altra parte si è sempre con il telefono in mano a lavorare. Vorrei giocarci un po’ di più…Son diventato più pesante e ho meno muscoli, non mi sono mai fatto male in carriera e sicuramente sarebbe meglio evitare di farlo adesso!”.