SHARE
opti pobà

Lo incontriamo nella sua casa nel centro di Perugia, nella quale si è ritirato insieme alla famiglia. Il suo volto, mentre ci accoglie all’interno della dimora per l’intervista, rappresenta null’altro che il simbolo di un fallimento interiore. Scavato ma in salute, abbozza un sorriso che però risulta immediatamente amarissimo agli occhi dei presenti, mamma compresa. Opti Pobà era arrivato in Italia con aspettative enormi: voleva scacciare via, attraverso quel gioco del pallone che tanto lo appassionava, tutti i problemi vissuti in un passato che molto spesso bussa ancora alla sua porta, come una tortura silenziosa ma pedante. Ora a calcio Pobà non può più giocare: gli è stata letteralmente arpionata la passione dal corpo e poi sbattuta sulla pubblica piazza. Divenuto capro espiatorio del pezzo più grosso di tutti, il ragazzo che brillava di luce propria adesso si è spento nel grigiore del suo malessere.

Opti Pobà, giovane talento costretto al ritiro dallo scandalo Tavecchio

Opti Pobà è nigeriano, di Ibadan, la seconda città più abitata del Paese. Come tanti, anche lui ha dovuto subire – anche se in maniera “passiva” – gli effetti dei rimasugli della guerra civile: povertà, miseria, morte. In particolare quella del padre, che ha sacrificato la sua vita per far muovere lui, la madre e la sorella verso altri lidi. La scelta dell’Italia è spiegata semplicemente: “Il mio idolo è sempre stato Obafemi Martins: un giocatore incredibilmente veloce, vederlo giocare nell’Inter mi diede grandi emozioni e mi resi subito conto che anche io avrei voluto giocare in Italia”. Sì, perché Opti Pobà da ragazzino – tra una tragedia e un’altra – riusciva spesso, supportato dai genitori, a giocare a calcio. Ed era pure bravino: un controllo di palla notevole, buona forza fisica (poi diventata ottima grazie al suo metro e ottantanove di altezza) e una velocità dapprima migliorata e poi divenuta costante negli anni. Qualità che innegabilmente lo rendevano il più forte della sua scuola calcio, letteralmente due spanne sopra gli altri: “Ricordo che poco dopo aver compiuto 11 anni il mister fu costretto a farmi giocare con i ragazzi di 14-15 anni, perché per i miei coetanei ero diventato fuori portata“, spiega sorridendo il giovane prodigio mancato. Opti Pobà di ruolo faceva l’attaccante esterno, tutto cuore e corsa ma con anche una buona predisposizione alla rete. Nonostante questo, però, la famiglia restava povera e i soldi mancavano costantemente: viveva sì a Ibadan ma in uno dei sobborghi più poveri e disastrati. “Papà e mamma si impegnavano come potevano: lavoravano praticamente tutto il giorno e, dopo la nascita di mia sorella, sono stato io a farle da babysitter”, rivela con un italiano esemplare. Durante una partita della sua scuola calcio, però, ha la fortuna di essere notato da un osservatore in cerca di un affare: Adisa Kanu, solo omonimo dell’ex giocatore di Inter e Arsenal, chiese immediatamente informazioni sul ragazzino. “Ricordo che quando lo incontrai la prima volta mi mise un po’ in soggezione” – afferma – “La prima cosa che mi disse, però, fu incredibilmente rassicurante: ti porterò via da tutto questo e diventerai ciò che sei destinato a essere“.

L’arrivo in Italia, a un passo dalla gloria

Grazie a una bella dose di buona volontà, a una manciata di documenti ciascuno e qualche favore di conoscenti del Bel Paese, Kanu riesce a portare Opti Pobà in Italia, insieme a parte della sua famiglia. Il padre, grande lavoratore, aveva prolungato una sua giornata lavorativa per accumulare gli ultimi soldi necessari alla partenza e, come in un film dal tremendo colpo di scena, era rimasto investito da un’automobile proprio vicino casa, con la busta dei soldi ancora stretta tra le sue mani. “La morte di mio padre fu un dolore immenso ma anche la molla che fece scattare in me motivazioni fortissime: dovevo fare bene soprattutto per ripagare i suoi sforzi e il suo affetto. Per me è stato un genitore esemplare, non avrei potuto chiedere di me”. Kanu si mette immediatamente all’opera per cercare una squadra al figlio e, dopo tante telefonate a vuoto e dvd inviati senza risposta, è la Lazio a dirsi interessata al giovanissimo calciatore. Dopo un provino durato qualche giorno il responso è positivo: Pobà può entrare a far parte del settore giovanile del club, con lo stesso che si occupa di gestire la situazione familiare del giovane dando dignità e certezze a chi lo aveva accompagnato. “La Lazio fu un passo davvero importante per me, un club di prima fascia nel quale sognavo di emergere come uno dei migliori. La prima volta che indossai la maglia della squadra per una partita di calcio finii quasi per piangere dalla gioia, mi trattenni a stento per non apparire strano”. Eppure qualcuno gli aveva sconsigliato la Lazio, Roma e in generale l’Italia: il Bel Paese aveva la nomea di una nazione ancora attaccata a certe dinamiche razziste, nella quale il diverso era visto come un nemico. “Francamente la cosa non mi ha mai toccato più di tanto, almeno prima dell’evento che cambiò tutto”, spiega Pobà senza battere ciglio. “Ho incontrato tante persone che mi hanno voluto bene, i miei compagni di squadra e gli allenatori mi hanno sempre trattato con rispetto e aiutato nei momenti complicati. L’Italia non è un Paese razzista, anche se forse a volte la gente è un po’ ignorante“. L’evento, quello che tutti vorremmo dimenticare, si riferisce ovviamente alla clamorosa gaffe di Carlo Tavecchio, ex Presidente sia della Lega Dilettanti che della FIGC. Poche parole che però cambiarono tutto, specialmente il destino di un povero ragazzo africano.

tavecchio pugnoIl sogno infranto

Nelle giovanili del club Opti Pobà aveva fatto faville: qualche gol, assist a raffica, tra i principali protagonisti della squadra c’era davvero anche lui, come sperato e pronosticato. Il ragazzo ricorda ancora quando gli fu rivelato che si sarebbe aggregato alla prima squadra: “Nell’estate del 2014 avevo 17 anni e mi fu detto che sarei stato valutato da mister Pioli in ritiro: quando tornai a casa non feci altro che saltare dalla gioia, mia madre e mia sorella pensavano stessi impazzendo”. Era tutto pronto per il grande salto. Ma il calcio italiano stava vivendo un momento terribile: bisognava eleggere il nuovo Presidente della Federazione, in un contesto post fallimento al Mondiale davvero inusuale. Opti Pobà non meritava di essere toccato minimamente da tutto questo ma, in un’afosa giornata di fine luglio, Carlo Tavecchio (uno dei candidati) decise di esporsi pubblicamente con l’intento di valorizzare il calcio italiano. Solo che lo fece nella maniera più errata possibile: “Le questioni di accoglienza sono un conto, le questioni del gioco sono un altro. L’Inghilterra individua i soggetti che entrano, se hanno professionalità per farli giocare. Noi, invece, diciamo che Opti Pobà è venuto qua, che prima mangiava le banane, adesso gioca titolare nella Lazio. E va bene così. In Inghilterra deve dimostrare il suo curriculum e il suo pedigree”.
Si scatenò il finimondo: alcuni lo difesero, qualcuno fu anche d’accordo con lui, nonostante fosse stato messo in mezzo un ragazzino tra tanti che vengono in Italia a cercare un sogno. Tavecchio si scusò per la gaffe, senza mai nominare tuttavia il protagonista: “Quelle parole mi hanno ferito tremendamente. Non sono mai più riuscito ad allenarmi decentemente, i compagni e il mister mi vedevano svagati. Ero stato messo in mezzo come un esempio negativo, quando invece volevo solo realizzare un’ambizione e non avevo mai fatto male a nessuno”, rivela il giovane ex calciatore mentre una lacrima solca il suo volto prima di venir violentemente asciugata dalle sue dita.
Incredibilmente, lo stesso Carlo Tavecchio vinse le elezioni, diventando Presidente FIGC. E a quel punto per Pobà la strada fu molto chiara: “Dissi alla società che volevo ritirarmi, senza alcuna voglia di ripensamento. In molti cercarono di farmi cambiare idea, persino Tare e Lotito si scomodarono. Ma quella era ormai diventata una questione personale, dovevo mantenere intatta la mia dignità. La stessa che era stata lesa in quel modo così gratuito”.

Un presente senza pallone

Adesso Opti Pobà ha 21 anni, fa lo studente universitario e, come detto, ha preferito abbandonare Roma. Non l’Italia però: “Ripeto, non credo che questo sia un Paese razzista. Però a Roma non potevo più stare: preferisco la tranquillità di Perugia, il calcio mi ha voltato le spalle ma posso sicuramente emergere in altro”. Nella sua stanza poster autografati di Klose e Marchetti, una foto con i suoi ex compagni di squadra, tutti i dvd del suo osservatore. Persino le prime scarpe indossate da bambino, perché “mi ricordano tutto quello che ho fatto per arrivare qui”. Opti Pobà non potrà mai più diventare un grande calciatore ma, a differenza di altri, è sicuramente una grande persona. Ed è pronto a inseguire altri sogni, con la stessa passione folle con la quale superava in dribbling gli avversari per poi bucare la rete del portiere. Una passione che qualcuno ha provato a togliergli ma che non gli impedisce di continuare a vivere, seppur con qualche rimpianto.

Tra “sogno” e realtà.

Tra il serio ed il faceto, questa fanta-intervista prova a raccontare la storia di un giocatore immaginario, chiamato in ballo per mettere in luce il problema di un Paese. Il nome potrà essere differente, ma probabilmente di Opti Pobà in Italia ce ne sono tanti e, al netto del messaggio che in realtà Tavecchio voleva in realtà far intendere con la sua infelice uscita, ogni caso va attentamente valutato per quello che è. Ogni singolo calciatore ha una storia ed un potenziale, caratteristiche che con attenzione e lavoro possono essere trasformato in risorse per l’intero movimento calcistico italiano.