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Italiani: popolo di poeti, navigatori e…allenatori. Una provocazione riferita alla popolazione dello stivale, ma che si trasforma in assoluta constatazione se si parla invece del Portogallo. Al di là di rilevanti figure storiche che riguardano la sfera culturale (Fernando Pessoa, Vasco da Gama, Ferdinando Magellano), anche la scuola di allenatori portoghesi negli anni ha saputo elargire prestigio e autorità a un paese che calcisticamente ha sempre sofferto la vicinanza della Spagna. E invece, come testimoniano alcune note del presente calcistico, i portoghesi a calcio non solo ci sanno giocare ma lo sanno anche insegnare; non è soltanto una questione di mourinhismo, ma è innegabile che l’allenatore di Setubal abbia dato il via ad un filone piuttosto interessante. Il profilo del manager del Manchester United è stato determinante per promuovere su un piano internazionale – specificatamente europeo – l’attendibilità e la buona volontà del lavoro dei colleghi connazionali. Perchè nonostante Marco Silva sia appena stato licenziato dal Watford, in Ucraina Paulo Fonseca ha eliminato il Napoli dalla fase a gironi portando lo Shakhtar agli ottavi, Jardim nella scorsa stagione ha vinto la Ligue 1 con il Monaco e raggiunto le semifinali di Champions, Fernando Santos è diventato campione d’Europa con il suo Portogallo e Nuno Espirito Santo è pronto a rilanciare il progetto del Wolverhampton in Championship. Senza menzionare altre eccellenze lusitane come Paulo Sousa o Villas Boas, poiché a quanto pare gli allenatori del Portogallo raramente non lasciano un bel ricordo ovunque vengano chiamati ad allenare.

Allenatori portoghesi alla conquista dell’Europa

Partiti da un passato non necessariamente di rispettabili giocatori, gli allenatori portoghesi si sono resi celebri spesso per la loro precoce affinità alla vittoria o, nello specifico, a impressionare le cronache fin dalle prime battute. In questo aspetto inevitabile non appellarsi al curriculum di Andrè Villas Boas, che a 33 anni ha vinto con il Porto di Hulk la prima finale di Europa League tutta portoghese contro lo Sporting Braga. Successivamente quello che è stato l’oro dell’ex collaboratore di Mourinho all’Inter si è trasformato in una deludente poltiglia, fatta di idee male assemblate e decisamente poco chiare: un calcio che sapeva di sopraffino ma che aveva delle lacune clamorose insite in esso. Non a caso, le mal sprecate opportunità eccezionali come quelle di Chelsea e Tottenham, nonchè l’ultima allo Zenit, hanno allontanato il profilo di Villas Boas dai parametri di un’accettabile icona da gran club, finendo in Cina tra stadi vuoti e portafogli pieni.

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Un caso opposto a lui è invece quello di Paulo Sousa, differente nell’ex allenatore del Porto fin dai principi della propria biografia sportiva. Sousa è stato un gran centrocampista (campione d’Europa con la Juventus nel 1996) di Juventus, Benfica e Fiorentina, e prima di ingranare in panchina ci ha messo parecchio tempo. Un lento peregrinare tra Galles, Inghilterra, Ungheria, Israele e Svizzera prima di arrivare a Firenze, dove fra pro e contro, è risultato comunque un allenatore dai tratti interessanti e a volte convincenti. Un biennio fiorentino carente di continuità e di una chiara linea tattica: eppure quel Paulo Sousa ha dimostrato di avere una personalità e un’interiorità calcistica degne di nota. Fra 3-5-2 e altri esperimenti tattici sono emerse qualità non proprio limpide ma in ogni case valide, tanto che suscitarono l’attenzione della dirigenza del Borussia Dortmund prima del trasferimento al Tianjin Quanjian.

 

In un contesto sicuramente meno ambizioso quale quello dei campionati dell’est Europa, percorsi simili a quelli di Sousa li ha compiuti pure Paulo Fonseca, attuale allenatore dello Shakhtar Donetsk. Alla seconda stagione in Ucraina, il portoghese ha evidenziato di sapere cosa fare con la rosa a disposizione, che forte di una notevole tradizione di brasiliani, non ci ha messo molto a intendere il suo calcio rapido e bello da vedere. Fonseca ha costruito una squadra solida e organizzata, coordinata e con quel pizzico di cinismo in più che serve per compiere imprese altisonanti e mettersi in bella mostra nella fase a eliminazione diretta.

Tra l’altro si sta parlando esclusivamente di allenatori giovani o giovanissimi, i cui principi si stanno calcificando stagione dopo stagione e che necessitano inevitabilmente di fallimenti. Ad esempio, la stagione al Porto dell’ex calciatore dei dragoes Nuno Espirito Santo si è rivelata un fallimento, e le gonfie premesse non sono state soddisfatte né in Europa, né in Portogallo. L’unico che fin da subito sembra non aver sbagliato mai è solo lo Special One.

José Mourinho, Manchester United - Fonte: Manchester United Twitter
José Mourinho, Manchester United – Fonte: Manchester United Twitter

La cultura di Mourinho

Mourinho è un classe 63′ e praticamente ha almeno una decina d’anni più di tutti i suoi connazionali sparsi nel mondo del calcio europeo. La sua stagione vincente al Porto è dell’annata 2002-2003 e, considerando che i vari Sousa, Fonseca, Silva e Villas-Boas o non allenavano o erano al principio, si può dire che Mourinho sia considerato da questi quasi come un messia. Forte anche degli insegnamenti di Carlos Queiroz (penultimo allenatore della nazionale portoghese, ex tecnico del Real Madrid), Mou ha esportato il prodotto calcistico portoghese proprio quando in Portogallo si disputavano gli Europei. Un periodo di massima ascesa per il calcio lusitano che come le altre culture calcistiche (Germania, Italia, Brasile) successivamente ha sperimentato sulla propria pelle una fine deludente e solitaria.

La formazione del Portogallo agli Europei del 2004: assente Cristiano Ronaldo

Proprio mentre la Selecao scompariva dai radar – Ronaldo non era ancora il mostro che è adesso – gli allenatori portoghesi che si stavano formando e creando una propria cultura del calcio erano in piena ascesa. Infatti, lungi da un rapporto di crescita paritario tra mondo degli allenatori e pianeta dei calciatori portoghesi, la sfera dei primi ha assunto sul piano della vittoria e dei titoli una ridondanza incredibile. A parte i 25 titoli vinti negli anni da Mourinho, trofei come la Ligue 1 vinta da Jardim nel pieno della reggenza degli sceicchi del PSG o il titolo di campioni d’Europa di Santos con il Portogallo sono degli specchi lucidissimi della sofisticatezza del coaching system degli allenatori portoghesi. Anche i successi sparsi di Villas Boas (Europa League con il Porto 2011), Marco Silva (campionato greco con l’Olympiacos, 2016) o gli innumerevoli campionati vinti da Jorge Jesus sulla panchina del Benfica sono anch’essi attestati di validità rilasciati dalla critica europea a questi allenatori giunti dalla scuola portoghese. Un’accademia nazionale del nuovo secolo che senza dubbio, come poche nazioni, forse ha forgiato allenatori migliori dei calciatori.