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massimo palanca calci d'angolo

Quello di Massimo Palanca è un nome pressoché sconosciuto alle nuove generazioni, eppure a sentirlo nominare gli appassionati un po’ meno giovani del gioco, specialmente quelli calabresi, non potranno che rievocare lontani seppur vivissimi ricordi di un’epoca calcistica che li ha fatti sognare. Si perché, se vi capitasse di passare dalle parti di Catanzaro e provaste a chiedere dell’Imperatore, notereste gli occhi lucidi di chi vi racconterebbe incredibili storie dei giallorossi di Calabria e del loro eroe.

Palanca nasce a Loreto, nelle Marche, nell’agosto del 1953 e sin da piccolo inizia a calcare i campi delle squadre locali. Ha un baffo foltissimo e riconoscibile fin da giovane che diverrà il suo tratto distintivo, e che ben raffigura la bonarietà del personaggio. A 17 anni gioca sui campi della Promozione con la maglia del Camerino, proprio nell’anno in cui il Catanzaro, protagonista totale della sua storia, otterrà la sua prima, storica, promozione in serie A. Con l’aiuto di un suo vecchio allenatore proprio al Camerino, che in lui aveva notato fin da subito doti fuori dalla norma, riesce ad ottenere un provino con il Frosinone e, pur non brillando, ad ottenere il suo primo contratto da professionista, vedendosi così catapultato dal campionato di Promozione alla Serie C in men che non si dica.
Per molti sarebbe stato il classico passo più lungo della gamba, ma non per lui, che dimostrerà lungo il corso di tutta la sua carriera incredibili capacità di adattamento a, quasi, qualunque contesto. Complice l’infortunio della punta titolare, si spalancano per lui le porte per entrare nell’undici di base, e fin da subito si dimostra all’altezza della situazione: segna 17 gol in 38 gare, risultando a fine stagione capocannoniere del proprio girone. Un’annata di tale portata non passa di certo inosservata, e per accaparrarsi le prestazioni e i gol del nuovo bomber è una corsa a due tutta calabrese: la Reggina sembra sul punto di prenderlo, ma la mancata promozione in serie B frena la trattativa. Si fa allora avanti il Catanzaro, nel frattempo retrocesso nuovamente nella serie cadetta, e nell’estate del 1974 lo preleva per 350 milioni di lire.

Massimo Palanca e l’idillio con Catanzaro

La sua nuova avventura sembra partire col piede sbagliato, tra opache prestazioni di squadra e un lieve infortunio. L’esordio in serie B avviene a metà ottobre di quella stagione, e la settimana successiva realizza il suo primo gol con i giallorossi contro l’Alessandria. La squadra cambia marcia e si vede sfuggire la promozione solo ai playoff, mentre Palanca, che non riesce a ingranare, conclude la sua prima stagione con la miseria di 4 gol in 36 partite. L’anno successivo però il Folletto – Palanca era alto 169cm e aveva 37 di piede, tanto che “una fabbrica di Ascoli Piceno mi fabbrica le scarpe su misura” ammette – si fa carico dell’attacco del Catanzaro e con 11 gol stagionali trascina la sua squadra alla seconda promozione nella massima serie. La squadra però non è evidentemente all’altezza di un campionato di questo livello, e la gioia della Serie A dura nuovamente solo una stagione, e per comprendere la mediocrità dell’annata basti dire che Palanca si laurea capocannoniere della squadra con soli 5 gol.
Finalmente il presidente dei calabresi sembra rendersi conto che una squadra attrezzata per vincere la serie B non è necessariamente sufficiente per sopravvivere in Serie A, e quell’estate attua una rivoluzione in sede di mercato con 7 arrivi (tra cui Claudio Ranieri, con cui Palanca è tuttora amico) e 9 partenze, aumentando nettamente il tasso tecnico della rosa. Palanca è ovviamente confermato, e a riconoscenza della fiducia riposta in lui da presidente e allenatore termina la stagione da capocannoniere della Serie B con 18 gol. Trascorre altri 5 anni in maglia giallorossa, di cui 4 in serie A e soltanto un altro in serie B, divenendo a suon di gol e grazie a un carattere mite e disponibile anche in città l’idolo della curva Ovest, che ogni volta che entra in campo gli dedica questo coro: “Massimè Massimè, pari na molla pari na molla”.
Diventa anche capocannoniere della Coppa Italia 78-79 e vicecapocannoniere del campionato 80-81 dietro solo all’infermabile Pruzzo. Nel dicembre ‘79 viene addirittura convocato in Nazionale “Sperimentale”, e con lui ci saranno futuri campioni del mondo tra cui Altobelli e Cabrini: “E’ stata una grande gioia, il risultato di tutti i sacrifici”.
Meritata Massimo, meritata.

Quando il calcio d’angolo somiglia più ad un calcio di rigore.

In quegli anni Palanca rivela quella che è forse la peculiarità più interessante del protagonista di questa storia, una caratteristica che a memoria non si potrebbe affibbiare a nessun altro calciatore della storia e che lo rende unico: nel corso della sua carriera realizza ben 13 (13!) gol da calcio d’angolo. Non può essere una casualità.
“Nessuno ci prova, eppure ci sarebbe gente col piede giusto. Però, vi prego, ricordate ai giovani che io sapevo fare altre cose difficili, per esempio le rovesciate, e possedevo un bel tiro da tutte le posizioni. Questa storia dei calci d’angolo è un po’ una persecuzione”.

Massimo ha ragione, non vuole essere ricordato solamente per i calci d’angolo, allora ecco un’altra delle pagine meravigliose della sua storia, impresse indelebilmente nella mente di tutti i Catanzaresi, e pure di tutti i tifosi della Roma: è il 4 marzo 1979, e all’Olimpico si gioca Roma-Catanzaro, giallorossi contro giallorossi.
In panchina per i calabresi c’è Carletto Mazzone, e due ore dopo l’inizio della partita il tabellone recitava così:

palanca roma catanzaro
Di Mazzone, Palanca dirà così: “Romano, trasteverino, aveva un grosso interesse a fare bella figura nella sua città. Lui era veramente una cosa fuori dal normale, ma se lo meritava, era un passionale, uno che sentiva le partite, le situazioni. Giocare all’Olimpico lo faceva emozionare e quel giorno lo facemmo felice”.

La separazione temporanea

Massimo ha dato tanto ai suoi tifosi, ma decide che è arrivato il momento di tentare il grande salto in una squadra d’elite: il Napoli è pronto alla finestra e lo preleva per un miliardo e mezzo di lire, con cui il Catanzaro ricostruisce l’intera rosa, grazie alla quale raggiungerà addirittura il settimo posto, miglior piazzamento della sua storia. I tifosi giallorossi sono disperati, ma gli danno la benedizione e gli augurano il meglio, tanto è stretto il rapporto con il loro beniamino. Gli auguri degli ex tifosi però non bastano, perché Massimo esordisce con gli azzurri in Coppa Italia e sbaglia 2 calci di rigore nelle prime partite, senza riprendersi mai. Lontano dal calore della gente di Catanzaro quel sinistro fatato numero 37 smette di fare magie. Andrà in prestito al Como e poi tornerà al Napoli, con scarsi risultati. La carriera sembra ormai tramontare, ma la cessione al Foligno in C2 sembra regalargli una nuova giovinezza.
Segna 18 gol in 42 presenze complessive e l’impensabile accade davvero.
Nel corso della sua assenza, il Catanzaro è sprofondato nuovamente in serie C, e chi meglio dell’eroe marchigiano d’origine ma calabrese d’adozione potrebbe risollevarne le sorti? Ecco che allora in brevissimo tempo si realizza il trasferimento che tutti aspettavano. Massimo torna a casa.
Lo stadio torna a palpitare come una volta, e la magia si riaccende da subito. Palanca, neanche a dirlo, diventa ancora una volta capocannoniere del suo girone trascinando i suoi in serie B. Due i momenti chiave di quella stagione: il primo, la doppietta storica contro il Cosenza nel derby, che definisce “una delle più grandi soddisfazioni della mia vita”, e il secondo, un rigore sbagliato al 90’ dopo il quale Massimo scoppia in lacrime e viene trascinato dai compagni in spogliatoio tra gli applausi di tutto lo stadio.

L’anno successivo il Catanzaro arriva ad un solo punto dalla serie A, e dopo questa delusione Massimo giocherà altre 2 stagioni prima di appendere le scarpette al chiodo.
E’ il 3 giugno 1990, si gioca Catanzaro-Barletta, e quando al 70’ viene sostituito parte dagli spalti una standing ovation che abbraccia idealmente il giocatore, il ringraziamento per una carriera spesa a far sognare migliaia di tifosi come non avevano, e non avrebbero più fatto. “Sono un povero diavolo, vivo alla giornata, in provincia, lontano mille chilometri dai grandi centri. Ma la sera, quando me ne vado a casa, Catanzaro diventa Parigi, Roma, New York. Sarò un po’ matto ma è così”. Una frase che rappresenta meravigliosamente il rapporto tra un grande uomo e calciatore e la città che lo ha accolto e poi aspettato come fosse un figlio, una favola che in quel di Catanzaro verrà tramandata di nonno in nipote, perché Massimo, l’Imperatore, non sarà mai dimenticato.

 

Di Jacopo Bellantonio