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montella conte

La bellezza è un un’idea astratta e dai confini ridotti. Ma non c’è dubbio che sia un target al quale aspirano molti mortali. E il calcio, che dei mortali è il diletto per eccellenza, dai campi sterrati della Malesia ai tavoli da biliardo inglesi, rinchiude nel suo ventre una bellezza ancora più esclusiva. Ed è alla ricerca di questa bellezza, della quale i migliori ritratti oggigiorno sono il gioco del Manchester City e del Napoli, che molte squadre a volte incespicano. Consapevoli del rischio, certo, molto spesso all’avventura per non dire allo sbaraglio, alcuni allenatori si incagliano con le loro barche in uno scoglio appena usciti dal porto. Uscire palla al piede dalla porta, un concetto mai patentato da nessuno, originato (forse) da Zdenek Zeman al Foggia e portato al massimo splendore da Pep Guardiola, è un lusso per pochi. È quella Stairway to heaven che tutti vogliono salire ma che solo pochi hanno le abilità per fare. E nell’ultima settimana del calcio europeo abbiamo avuto una serie di controprove pratiche di questa teoria.

L’ossessione del palleggio. Il Siviglia scornato dall’Atletico e il regalo di Christensen a Messi

L’ultima dimostrazione di quanto questa moda possa essere deleteria è andata in scena ieri sera al Ramon Sanchez Pizjuan. In casa, e davanti a un pubblico sempre caldo ma esigente, il Siviglia di Vincenzo Montella è stato letteralmente spazzato via dall’Atletico Madrid. Un 2 a 5 che non lascia dubbi sul dominio della partita da parte della pragmatica squadra di Simeone, ma che è stato frutto del peccato originale commesso da Ever Banega al 29esimo del primo tempo. L’argentino, numero 10 arretrato per dare il là all’azione, è l’equivalente di Fernandinho al City e l’alter ego di Jorginho al Napoli. Eppure ieri sera, invece di restituire subito palla all’indietro al portiere, ha deciso di cincischiare per un paio di secondi. Chissà perché. E con Diego Costa alle spalle. Scelta pessima corroborata dal gol del brasiliano un attimo dopo. E con l’1 a 0 a favore tutti sanno che l’Atletico è il peggior cliente del mondo, come ben dimostrano le sole 11 reti incassate finora, record europeo. La filosofia di Montella, ben chiara dai tempi di Firenze, è quella di giocare il pallone sempre e comunque. Al Siviglia i palleggiatori sono di un altro livello rispetto a quelli del Milan, eppure ieri a tradirlo è stato anche Mercado, un altro argentino, che ha propiziato il quarto gol di Koke alleggerendo su Rico senza prima alzare la testa. Pochi giorni prima a subire le conseguenze negative di un pessimo palleggio sul perimetro della propria area era stato Antonio Conte. Sebbene, a differenza di Montella, il tecnico pugliese non sia un vero esteta del calcio né tantomeno punti esageratamente sul possesso palla, il suo 3-5-2 parte comunque da un presupposto: partire palleggiando con Courtois e i difensori. Lo scorso 20 febbraio, però, il suo fido Christensen si scopriva troppo fiducioso in sé stesso e nel suo capitano Azpilicueta quando, sull’1 a 0 contro un Barcellona quasi mai pericoloso – una rarità – tracciava il classico passaggio orizzontale vietato anche ai minore di 10 anni. Un bijou per uno come Iniesta che, dopo aver evitato Azpilicueta, serviva Messi solo in area per un pareggio che senza questo regalo non sarebbe mai arrivato, cambiando non solo l’inerzia della partita ma anche dell’eliminatoria.

Da tiqui taca al tiqui tiqui senza senso

Palleggiare fin dalla propria area non è assolutamente per tutti. Anzi, è davvero un’arte che sanno dominare in pochi. In un’epoca nella quale le mappe di calore e i dati statistici sui passaggi riusciti, persino quelli all’indietro, sembrano essere il mantra assoluto per analizzare il calcio, forse alcuni tecnici stanno perdendo un po’ la bussola. Perché la bellezza oggettiva esiste ma è per pochi eletti. Chi sa raggiungerla se ne può vantare, come il Manchester City. Il Napoli, un gradino sotto, non ha ancora vinto niente, ma sarà ricordato tra vent’anni, Sarri dixit. Il Barcellona è nella storia recente e assoluta. Le altre, inevitabilmente, devono prescindere dalla bellezza se vogliono vincere. Perché se è vero che il fine giustifica i mezzi, è altresì vero che ostinandosi a inseguire l’ormai ritrito tiqui taca si finisce per giocare, come disse una volta il buon Luis Suarez (l’ex Inter, non l’uruguaiano) al sottoscritto, a un tiqui tiqui senza alcun senso. E spesso anche per perdere.