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Ogni immigrato, volente o nolente, ritrova spesso e comunque la via di casa. Sia per vacanze sia per obblighi formali o familiari. Perché il luogo dove si è cresciuti e si sono sentite le emozioni primordiali lascia traccia nell’anima e nello stomaco. Sono ormai più di quattordici anni che Cesc Fabregas non conta più le volte in cui ha volato da Barcellona a Londra e viceversa. La sua storia calcistica e personale lo ha visto fare la spola continuamente tra due degli hub turistici più importanti d’Europa. Eppure stavolta è diverso. Sono quasi quattro anni che il centrocampista catalano non calca il prato del Camp Nou. La sua ultima volta in blaugrana fu in occasione del pareggio per 1 a 1 contro l’Atletico Madrid che sancì la vittoria della Liga da parte dei colchoneros. Un pareggio dai toni di sconfitta che fu presagio di addio per un regista formatosi nella cantera ma troppo modificato dalla sua esperienza adolescenziale inglese. Da sempre visto come vice Xavi, Cesc non riuscì né a scalzare il numero 6 blaugrana né tantomeno a trovare continuità come falso 9 o come trequartista e accettò la corte di José Mourinho per tornare a Londra. Era lì che aveva toccato il picco del suo rendimento dando mostra di grandi doti da regista verticale, ergo meno avvezzo al tiqui taca compassato blaugrana. E al momento di stringere la mano ad alcuni dei suoi ex compagni, tanti saranno i ricordi che riaffioreranno nella sua mente.

Cesc Fabregas e Messi, diciotto anni dopo

Era l’anno 2000 e la classe ‘87 delle giovanili del Barça, un manipolo di debuttanti nella pubertà coltivati a pane e cruyffismo, accoglieva un minuto argentino di 1,48 metri. I buoni scolaretti si esercitavano giocando a un tocco, massimo due, facendo circolare la palla. Fino a quando l’ultimo arrivato non prese a giocare come nei campi sterrati del quartiere di Las Heras, nella sua Rosario natale. “Non fategli male che è molto piccolo” l’ordine dall’alto dell’allenatore mentre tale Lionel Messi non si stancava di palleggiare senza sosta. Nessuno riuscì nemmeno a sfiorarlo. Cesc men che meno. Gli uno contro uno ai quali si sottopose contro Messi ebbero tutti esito negativo. Nefasto. E al ritorno a casa colui che dettava i tempi della squadra disse entusiasmato al padre: “Papà, oggi è arrivato un argentino piccolino ma inarrestabile. Neanche i più grandi sono riusciti a fermarlo”.

Diciotto anni dopo e venti centimetri in più a testa, Cesc e Messi torneranno a incontrarsi su un campo di calcio, per la prima volta da avversari. Entrambi con più barba e più rughe, ricorderanno in uno sguardo quel primo momento di incontro. Dopo non ci sarà più spazio per i convenevoli. Soprattutto per Cesc, che sarà chiamato a suonare la carica in quello che per anni è stato il suo giardino. A mo’ di spia il catalano cercherà di dare ai suoi compagni le indicazioni giuste per sovvertire l’esito di un’eliminatoria che sembra segnata dopo l’harakiri dell’andata firmato Christensen e Azpilicueta.

Per lui non sarà un ritorno normale. E non perché sarà l’ultimo. Ma sarà sicuramente il più difficile da gestire.