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rene loco houseman

Che dal letame nascano i fiori lo ha detto Fabrizio De André, ma lo hanno dimostrato in tantissimi. Fra questi, René Osvaldo Houseman, il Loco degli anni ’70 del calcio argentino. Uno di quei calciatori che la storia l’hanno fatta rimanendo stentatamente in bilico fra un palcoscenico dove non erano secondi a nessuno e una vita in cui non sono riusciti ad emergere dalla palude. O, più probabilmente, non hanno voluto farlo. Houseman se ne è andato presto, a neanche sessantacinque anni, formalmente a causa di un cancro alla lingua ma in realtà come conseguenza inevitabile di una vita che i più definirebbero disordinata, ma che per lui era l’unica possibile. La vita di un artista del fùtbol e di un figlio della miseria. La vita di uno che il mondo lo ha trattato come un chewing-gum: lo ha masticato continuamente e poi, quando ha perso il sapore, lo ha sputato via. Perché questo mondo, specialmente in termini calcistici, non c’entra più niente con René Houseman. Però oggi lo piange, pieno di quella nostalgia che ti assale solo quando ricordi cose che ti hanno reso felice e che sai bene che non potrai mai più rivivere.

“SONO NATO VILLERO E COSÌ MORIRÒ

Il mondo di Houseman era la villa (da non tradurre con l’italiano “villa”, ma più che altro con il portoghese “favela”) di Bajo Belgrano, uno dei tanti disastrati quartieri che fanno parte della zona urbana di Buenos Aires. Quello in cui suo padre, muratore proveniente dalla provincia di Santiago del Estero, trasferì tutta la famiglia quando René aveva solo due anni. Lì è cresciuto, lì è sempre rimasto. Lì ha imparato tutto: l’amore incondizionato per il pallone ma anche l’abitudine alla bottiglia, la tranquillità data dalla semplicità e dai riferimenti noti. Il suo posto nel mondo è sempre stato il suo barrio, anche quando trionfava e gli veniva offerto ogni tipo di comodità, compreso un elegante appartamento nella zona più illustre del Parque Patricios, il quartiere del suo Huracan. Ma non il suo. E infatti, rifiutò rimanendo a vivere fra le sue casupole. Con pieno orgoglio. Ricordando – e rivedendo fino alla fine – i muri scalcinati contro cui passava le sue intere giornate di bambino affinando la tecnica calcistica. Sbattendo continuamente contro quei muri, il pallone ha originato uno di quei giocatori che rimangono eternamente negli occhi di chi li ha visti. Giocatori differenti. Houseman era un’ala che più ala non si può, secondo qualcuno l’ultimo “wing” puro prodotto dal calcio argentino. E lui, come “prodotto”, ha avuto veramente delle influenze molto tipiche di questo calcio. Forgiato nei potreros de barrio e sublimato da Menotti, era un dribblatore seriale, uno che volava via sia col destro che col sinistro, frenando e accelerando, aggirando qualsiasi cosa e chiudendo in qualsiasi modo, che fosse un cross, un tiro o un pase de la muerte, uno di quei passaggi che si effettuano dalla linea di fondo verso il cuore dell’area, e che se fatti bene sono una sentenza capitale. Nel calcio di oggi, parleremmo di “attaccante destro”, perché il Loco Houseman apparteneva a quella stirpe di esterni vertiginosi, ingannevoli e imprevedibili che ha avuto probabilmente in Garrincha la sua espressione più iconica. Non uno che decideva le partite coi movimenti, piuttosto uno che creava i movimenti degli altri coi suoi cambi di passo e i suoi tocchi. “Desequilibrante” è l’aggettivo più usato in spagnolo per inquadrare questo tipo di calciatore: si intende così definire qualcuno che crea squilibrio, e quella era veramente la specialità di René Osvaldo Houseman.

LA PERLA DELL’HURACAN

Se il suo mondo era la Villa de Bajo Belgrano, la sua squadra è e sempre sarà l’Huracan. Per la verità, il suo primo amore calcistico era il club Excursionistas del suo quartiere, dal quale fu però scartato e mandato agli acerrimi rivali del Defensores de Belgrano. Lì i primi passi, lì i primi successi come il campionato di terza serie vinto nel 1972, lì anche la vetrina nella quale lo ammirò Poncini, vice di Menotti all’Huracan che non ci mise molto a metterlo sotto contratto per portare un pezzo primario nella costruzione di una delle squadre che hanno fatto la leggenda del calcio argentino.

L’Huracan è un “club de barrio”, definizione che in Argentina si dà a quelle società che pur raggiungendo una dimensione nazionale, rimangono molto legate al loro territorio. Quindi, il posto perfetto per uno come Houseman. L’Huracan ha la particolarità di essere un vero club di quartiere inserito però al centro di Buenos Aires. Con tutto l’orgoglio del caso, ma anche con la difficoltà di essere schiacciato dall’estrema vicinanza dei grandi colossi porteñi, a partire dal San Lorenzo, l’odiato e ingombrante vicino di casa che ha costantemente ridotto gli spazi per i tentativi di spiccare il volo del “Globo”. L’inizio degli anni ’70 è però un periodo particolare: si sente profumo di rivoluzione, il calcio – in Argentina ma in generale in tutto il mondo – attraversa forse la sua epoca più affascinante, con grandissimi giocolieri animati principalmente dalla voglia di divertire, la nuova via olandese in piena esplosione e di conseguenza la possibilità di continue ed incredibili sorprese. In questo contesto, l’Huracan risulta il punto di partenza dell’espressione di Cesar Luis “El Flaco” Menotti, allenatore che ancora oggi è considerato l’espressione più tipica dell’estetismo calcistico argentino. Menotti costruì una squadra bellissima, solida dietro con la guida del “Coco” Alfio Basile e le scorribande del terzino sinistro Carrascosa, ispiratissima in mezzo grazie a due conduttori di gioco come Babington e Brindisi, letale davanti con le stilettate di Avallay e Larrosa. Una squadra vincente, perché la conquista del Metropolitano del 1973 – primo e fin qui unico campionato nazionale vinto dal los quemeros – fu tanto inaspettata quanto salutata dal plauso generale per come l’Huracan sapeva vincere “goleando y gustando”. Una squadra in cui la stella vera era lui, il Loco. Ma non una “star” coma la si intende oggi, piuttosto una vera stella anni ’70. Uno che dal popolo veniva e al popolo ritornava costantemente, attraverso la sua arte intesa come espressione pura del suo essere. Racconta Menotti: “Un giorno, sul campo del Vélez, Houseman fece un tunnel proprio davanti alla mia panchina, e io gli dissi ‘guarda che qui stiamo giocando seriamente’. Lui mi rispose che no, che sul serio giocava lui nella sua villa, dove vincere significava guadagnare 10 pesos per poter mangiare e perdere dover tornare a casa senza vestiti”. Uno così, non poteva prendere sul serio le regole del professionismo. Come i ritiri pre-partita, ad esempio. Capitò che uno di questi coincidesse con la festa per l’undicesimo compleanno di suo figlio: il Loco scappò nottetempo, tornò a casa e passò la mattinata in famiglia, mangiando e bevendo per festeggiare. Si ripresentò al cospetto della squadra poco prima che iniziasse la grande partita contro il River Plate: andò in campo visibilmente ubriaco, segnò un gol e chiese il cambio. In questo continuo miscuglio di miseria e nobiltà, René Houseman ha costruito una figura che ha lasciato segni indelebili. Anche con la maglia della Nazionale, con cui segnò un indimenticabile gol all’Italia nei Mondiali del 1974 in Germania (andate a rivedere il “sinistro totale” con cui sfruttò l’assist geniale di Babington, un colpo sia secco che morbido, sia potente che grazioso, una sintesi perfetta delle sue due anime) e con cui vinse da protagonista la Coppa del Mondo del 1978, la prima, indimenticabile gioia mondiale per il popolo albiceleste. Di gloria, Houseman ne ha avuta tanta. Ha anche fatto parte, seppur da comparsa, di quell’Independiente che nella parte centrale degli anni ’70 dominò il calcio mondiale praticamente senza poter essere contrastato. Però, andando nel profondo, non era la gloria ad interessarlo principalmente. Per questo è sempre tornato a casa, nella villa. Per questo ha sempre rifiutato soldi per fare esibizioni (nonostante sia poi morto in povertà), per questo quando sapeva che c’era in panchina qualche ragazzino alle prime armi spesso chiedeva il cambio a pochi minuti dalla fine, per permettergli di mettersi in tasca il premio partita per la presenza. Per questo, oggi che ha raggiunto il Paradiso dei Campioni del Mondo, l’Argentina piange il suo Loco. Piange perché se ne è andato un altro esponente di un calcio che non c’è più e che ha significato tantissimo. Se ne è andato un argentino che come capitale personale ha sempre e solo avuto il talento. Uno che ha deciso di affrontare la miseria della vita dribblandola. E poi dribblandola e ridribblandola ancora, tenendosela sempre vicina perché probabilmente la considerava il suo eterno avversario da uccidere con una gambeta. E – citando sempre Cesar Menotti – finché il suo spirito vivrà in ogni potrero, in ogni dribbling e in ogni cavalcata disperata su una qualsiasi fascia del mondo del calcio, René Osvaldo Houseman ci sarà. Hasta siempre Loco, che la terra ti sia lieve come le evoluzioni con cui hai fatto innamorare gli argentini degli anni ’70, e non solo.