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I bicampioni in carica e l’unica squadra imbattuta nei principali campionati europei: in effetti, difficilmente poteva esserci sorteggio peggiore per le italiane. Però, c’è qualche però. Pochi per la verità, ma abbastanza per non essere mestamente certi che queste saranno le ultime due settimane di Champions nella stagione del calcio tricolore. Specialmente la Juventus può e deve crederci. Più per convinzioni proprie, quelle costruite con una grande rimonta in Serie A e con l’impresa di Wembley, che non per i punti deboli di un Real Madrid che in ogni caso appare leggermente meno “galactico” di quello di Cardiff. Detto che i Blancos rimangono per forza di cose la squadra da battere, e non potrebbe essere diversamente visto che parliamo di un gruppo che ha tiranneggiato gli ultimi due anni di calcio internazionale, c’è però la sensazione che – a differenza della passata stagione – la squadra di Zidane sia oggi soprattutto la squadra di Cristiano Ronaldo.

La Juventus contro il Real Madrid di Cristiano

In questa sua paradossale stagione, il Pallone d’Oro ha prodotto una svolta impressionante nel momento cruciale: all’approssimarsi dell’inverno, in molti – abbagliati dall’immediato e dimentichi di come un’annata vada valutata nella sua interezza e non dopo solo qualche mese – parlavano del trentatreenne portoghese come di un giocatore ormai sulla via del declino, preso da una maledizione in Liga che lo teneva lontanissimo da Messi e da una Champions in cui tritava record ma sembrava non bastare per mantenere l’aura di invincibilità del suo Real Madrid. Invece, come già successo l’anno scorso, il feeling profondo instauratosi fra CR7 e Zizou lo ha convinto a gestirsi per poter decollare quando le partite contano davvero. Il risultato è stato il gol decisivo al Mondiale per Club, quello valso il quinto trofeo di un 2017 che rimarrà come l’anno più decorato nella leggendaria storia del Real Madrid, e un biglietto da visita da presentare alla Juventus che parla di 23 gol nel 2018 – nessuno ne ha segnati così tanti – con sette doppiette, una tripletta, un poker e due marcature singole nelle ultime tredici partite giocate fra club e Nazionale. Un ruolino mostruoso, che di fatto mantiene lanciato un Real Madrid che per il resto non finisce di convincere, nonostante le risposte eloquenti date soprattutto nel doppio confronto col PSG.

con Bale, Asensio e Lucas Vazquez come frecce pronte ad entrare a partita in corso

In questa stagione, i Merengues hanno probabilmente fatto le cose migliori schierandosi sulla traccia del 4-4-2, con ali vere come possono essere i rampanti Lucas Vazquez e Asensio e con Ronaldo in veste di seconda punta, al fianco di un Benzema che segna pochissimo visto che ha timbrato solo in 8 delle 35 gare disputate in stagione, che viene puntualmente fischiato, ma che rimane il perfetto cavalier servente come dimostrano gli otto assist serviti in Liga, che lo collocano come il miglior madridista in questa specialità. Il “problema”, se così si può definire, di Zinedine Zidane è però legato al fatto che nessun uomo di calcio sano di mente prenderebbe in considerazione l’idea di rinunciare, in una partita importante, a uno dei tre componenti del triangolo perfetto di centrocampo: Casemiro davanti alla difesa e la coppia Modric-Kroos per costruire e rifinire il gioco sono innegoziabili, oltretutto sia il tedesco che il croato arriveranno allo Stadium nel momento più generoso della loro stagione in termini di assist prodotti (tre nelle ultime tre partite per Modric, due nell’ultima in Liga per Kroos). Questo scenario apre quindi un posto nell’undici titolare alle due spine (anche in questo caso il concetto è da prendere con le molle…) della rosa, ovvero Gareth Bale e Isco, entrambi mai in possesso di uno status da titolari inamovibili, entrambi tentati da prospettive di mercato che li collocherebbero come figure primarie in qualsiasi altra squadra al mondo, entrambi con pochi sorrisi ma in grado di dare messaggi molto chiari, vedere ad esempio l’ultima prestazione di Isco in Nazionale con una tripletta magnificente che ha raso al suolo l’Argentina o i numeri che dicono che il gallese ha già marcato dieci reti con la maglia bianca nel 2018, quando nella sue precedenti quattro stagioni madridiste mai era riuscito a segnare così tanto nei primi tre mesi di un anno solare. Il Real rimane dunque una macchina offensiva difficilissima da fermare, riscontro piuttosto terrorizzante visto che la Juventus dovrà giocare la prima in casa senza Benatia né Pjanic e che ormai il concetto del “vince chi subisce meno gol” è stato chiaramente confutato dalle ultime stagioni di Champions, però la fase difensiva del Madrid lascia speranze, soprattutto perché la squadra di Zidane – che paradossalmente ha subito otto gol in meno rispetto a questo punto della scorsa stagione ma che ha tenuto la porta chiusa solo in due delle ultime quindici partite giocate – ha dei chiari punti critici, come lo spazio lasciato alle spalle di due terzini che sono più che altro ali oppure l’ennesimo paradosso statistico di questa annata, ovvero una permeabilità aerea difficile da credere per chi ha in rosa Sergio Ramos, ma che viene palesata dal fatto che cinque degli ultimi nove gol subiti dai Blancos in Liga siano arrivati di testa.

La Roma contro il Barcelona di Valverde e Messi

Comunque, lo avete capito, bisogna forzare un po’ per trovare situazioni in cui la Juventus possa essere in vantaggio rispetto alla squadra che le ha interrotto brutalmente i sogni di gloria lo scorso anno a Cardiff, ma la cosa diventa ancor più complicata pensando alla doppia sfida che attende la Roma contro un Barcellona che non solo presenta risultati pressoché perfetti, ma che continua anche a lasciare intendere di essere ammantato da uno spirito ai limiti del sovrannaturale. Se il Barça non ha perso sabato al Sanchez Pizjuan, in una partita che lo vedeva sotto 2-0 quando mancavano solo due minuti al novantesimo contro un Siviglia preparato perfettamente da Montella ed esaltato da prestazioni sensazionali di tutti i suoi giocatori (a partire da un Franco Vazquez che alla Nazionale italiana sarebbe servito e servirebbe tantissimo, ma è un altro discorso…), viene da pensare che nessuno possa più batterlo, anche perché dove non riesce ad arrivare la nuova, ispirata e soprattutto organizzatissima squadra di Valverde arriva Leo Messi, il migliore giocatore del mondo nella miglior stagione della sua carriera. L’ex allenatore dell’Athletic Bilbao è stato bravissimo, perché è sbarcato nel mondo Barça durante l’estate più difficile degli ultimi lustri, caratterizzata dalla cessione di Neymar e da un mercato che in pochi avevano visto come lungimirante e molti avevano etichettato addirittura come “ridicolo” forse ignorando il valore assoluto di elementi come Dembelé e Paulinho, e ha agito lavorando profondamente per trasformare un Barcellona passato dall’avere il miglior tridente del mondo al possedere una squadra vera, leggermente meno spettacolare di quella di Luis Enrique ma sicuramente più solida e organizzata.

Paulinho è il dodicesimo uomo mentre Coutinho non sarà eleggibile, per il resto le alternative sono di livello inferiore e per questo il logorio fisico rimane l’unico punto interrogativo

Il Txingurri (“formica” in lingua basca, soprannome azzeccatissimo) ha trasformato i blaugrana intimamente, passando da un 4-3-3 dogmatico a un 4-4-2 declinabile in differenti versioni e nel quale Lionel Messi ha assunto un ruolo nuovo, da seconda punta o se volete da numero 10 vero. La Pulga non parte più da destra per convergere sul sinistro. Si piazza al centro, come il sole attorno al quale ruota un sistema di pianeti con la capacità di parlare la sua stessa lingua. In questo modo, Messi non solo rimane il solista più ispirato che ci sia – come dimostrano in 36 gol fatti, i 16 assist serviti e anche i 17 pali colpiti in 44 presenze stagionali – ma anche un vero e proprio uomo squadra. È l’acuminata punta di un iceberg che fa davvero paura, in cui il numero due è il suo socio Luis Suarez, che a dispetto di un problema al ginocchio che lo accompagna dall’inizio della stagione è già arrivato a 25 centri, anche se in Champions League sembra vivere una maledizione che fin qui gli ha impedito di muovere la rete. Una coppia perfetta, il principale motore di un Barcellona che fin qui in stagione ha segnato 109 gol e colpito anche 41 legni, ma che riesce addirittura ad andare al di là di numeri realizzativi detonanti, segnalandosi come un blocco ordinato che lascia pochissimi spazi a chi non riesce a tenere ritmi frenetici scattando immediatamente in contropiede una volta recuperata palla, e che di conseguenza risulta molto meno perforabile rispetto al passato, anche grazie a un portiere come Ter Stegen che oggi come oggi può essere inquadrato come il migliore al mondo (solo De Gea e Oblak potrebbero avere qualcosa da ridire in proposito), di due centrali come Piqué e il cresciutissimo Umiti che hanno il physique du role per prendersi costantemente l’uno contro uno senza vacillare, e anche di due laterali come Sergio Roberto e Jordi Alba che non solo hanno fornito fin qui la monumentale quantità di 17 passaggi vincenti, ma che – soprattutto il mancino, totalmente liberato dall’addio di Neymar che lo ha reso il padrone incontrastato della fascia sinistra – ha anche aumentato le proprie qualità difensive. Traducendo tutto ciò in numeri: solo 17 gol subiti in 38 partite fra Liga e Champions, uno ogni 201 minuti giocati. Qualche pensiero, in questo momento, lo crea solo un centrocampo in cui il bilanciere Busquets rientrerà senza minuti di rodaggio dopo la frattura a un dito del piede che lo tiene fuori da una ventina di giorni, e dove la coppia di stakanovisti Rakitic e Paulinho cominciano a palesare qualche sintomo di stanchezza, inevitabile per chi come il croato ha giocato 47 delle 48 partite stagionali della squadra mentre per il brasiliano si registrano 82 presenze personali negli ultimi quindici mesi, praticamente una partita ogni cinque giorni e mezzo senza mai fermarsi dall’inizio del 2017 ad oggi. In più c’è il discorso Iniesta, che è sempre il magnifico rettore della squadra ma che – a quasi trentaquattro anni – è costretto agli straordinari per il fatto che Coutinho, integratosi benissimo e in tempi estremamente rapidi al nuovo contesto, non può essere utilizzato in Champions League. Anche se il sospetto di un Barça in declino atletico scompare nel momento in cui si analizzano due dati estremamente contundenti, ovvero il fatto che il Barcellona abbia recuperato diciassette punti da posizioni di svantaggio nell’attuale campionato e che abbia segnato addirittura ventuno gol dal settantacinquesimo minuto in poi nelle trenta gare giocate in Liga. Per provare ad uscire vivi da un doppio confronto onestamente molto (forse troppo) sbilanciato, la ricetta sembra essere una sola: superare i propri limiti attraverso due prestazioni di sacrificio e coraggio, di resistenza ma anche di costante contrattacco, di ritmi vertiginosi e di concentrazione assoluta. Quindi, fare per due volte in una settimana novanta minuti oltre la perfezione. Perché anche solo ottantotto non bastano. Chiedere a Vincenzo Montella, quello che è andato più vicino a battere il Barcellona nell’attuale Liga e anche quello che segnò uno dei tre gol giallorossi nell’ultima vittoria della Roma sul Barça, datata Febbraio 2002. Può essere un ricordo stimolante, ma la sensazione è che al di là di auspici e sogni ci siano pochi fatti concreti per sperare.

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Stefano Borghi, pavese classe ’82, ama le squadre di calcio con una tradizione e una bella maglia, oltre che le chitarre ruvide e le cene di qualità. Di professione fa il telecronista: gli piace raccontare storie vere e prova a tirarle fuori dall’ordinario, guardando più al contenuto che all’involucro. Oggi lavora per Fox Sports ed è la voce della Liga spagnola