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L’equilibrio è una condizione psicologica traballante. Se non addirittura sopravvalutata. Ad altissimi livelli, dove il fisico si consuma rapidamente e la psiche subisce il logorio dei ruggiti avversi provenienti da ogni dove, nessuna squadra può vivere perennemente nella condizione mentale più stabile. Meno ancora se si chiama Napoli e assurge a totem sportivo di una realtà che vive di instabilità. I tre minuti che sono trascorsi ieri dallo 0 a 1 per il Chievo al 2 a 1 finale per gli azzurri racchiudono al loro interno non soltanto una scomposizione fulminea dell’equilibrio quanto soprattutto l’esplosione di una supernova visibile solo a chi empatizza con la passione partenopea.

Alcuni tifosi, viscerali nel bene e nel male, avevano precedentemente preso di mira Lorenzo Insigne, profeta in patria mai del tutto compreso, per via di alcune giocate leziose e senza efficacia. Già beccato dai fischi tre anni fa, l’unico napoletano del Napoli ringhiava contro i primi che gli capitavano a tiro di occhi in tribuna, neanche in curva. Così sfogava la sua rabbia. Poco dopo, la rivincita. Il suo lancio di oltre trenta metri per Milik spaccava la bolla depressiva nella quale stagnava una squadra propositiva ma incapace di andare fino in fondo. Era un lampo di genialità che ricordava a tutti quale fosse la dote principale del folletto di Frattamaggiore: trovare assist impensabili ai più e mettere i compagni in condizione di andare a rete. La scintilla. La rivincita di Insigne e la riscossa di Arkadiusz Milik, combattente reduce da un infortunio grave che suonava la carica più dei veterani.

Milik e Diawara, una ‘riserva’ e un antieroe

L’apporto del possente polacco, elemento quasi unico nella rosa azzurra date le sue caratteristiche di corazziere, era stato già importante durante la trasferta di Sassuolo. Poter disporre di un punto di riferimento in avanti per gli attacchi disperati è fondamentale in partite come queste. Milik è stato l’autentico grimaldello di Maurizio Sarri. Uno che ama attaccare la profondità ma che necessita anche di un’alternativa vecchio stile per concludere il lavoro. E così, niente più fitte trame volte a mettere chiunque sotto porta, anche perché Callejón prima e Mertens poi non si erano fatti trovare pronti, palesando anche una scarsa forma realizzativa. Senza ancora i 90’ minuti nelle gambe, il 99 azzurro non solo si è affermato come arma di riserva, ma ha dato un chiaro segnale della sua forza e di quanto sia mancato alla truppa azzurra, come poi ribadito da Sarri in conferenza stampa.

Ma il crollo delle fondamenta del San Paolo poteva provocarlo solamente un antieroe. Fino a quel momento impalpabile, Amadou Diawara aveva non solo fatto rimpiangere tantissimo Jorginho ma anche fatto inveire i tifosi per la mancanza di intraprendenza. Involuto rispetto all’anno scorso, il guineano era divorato dalla timidezza e dal poco minutaggio. In molti al suo posto avrebbero lasciato in campo Allan al posto suo. E invece, al novantaduesimo la palla è capitata proprio sul suo piede destro. Il finale è noto, con il giovane centrocampista a festeggiare da solo, lontano da tutti, quasi a voler rivendicare il suo status. La scossa data dal suo gol ha tenuto non solo aperto un campionato, ma ha dato uno schiaffo anche al giocatore stesso e all’ambiente.

L’equilibrio a Napoli non c’è mai stato. Da ieri ce ne sarà ancora di meno. La rabbia di Insigne, la determinazione di Milik e la gioia ingenua di Diawara. Emozioni racchiuse in tre minuti, sono l’impeto tutto partenopeo che dice che non è ancora finita. E che, con 21 punti in palio, ci sarà ancora molto fiato da trattenere.