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Guardiola
Guardiola. Foto da: uefa.com

Premier League is hard to hack: letteralmente, la Premier League è un campionato difficile da decodificare. E’ una frase apparsa in un lungo articolo del “The Guardian” firmato da Paul Wilson in cui si spiegano le difficoltà e la situazione del mestiere di allenatore nel campionato inglese. Il testo si focalizza soprattutto sulla figura di Pep Guardiola, un manager che ha vissuto nelle ultime due settimane un inferno sotto ogni aspetto calcistico: otto reti subite, tre segnate, tre sconfitte (due in casa), battuto dal rivale statistico (Klopp) e quello filosofico (Mourinho), vittoria finale rimandata a ieri quando il Manchester United ha ceduto a sorpresa contro il WBA. Il cigno bianco che aveva incantato il mondo a suon di gol e sovrapposizioni si è inceppato sul più bello, relegando gli Sky Blues a vincere per ora un trofeo ed uno potenziale. Due sole vittorie su quattro disponibili in quella che la critica acclamava come la migliore stagione dell’allenatore catalano. E nell’articolo di Wilson emerge un tema sensibile all’epoca sportiva contemporanea: il ruolo degli allenatori nel campionato di calcio più spettacolare al mondo.

Perché dati alla mano, negli ultimi dieci anni di british football l’unico a vincere più di una volta il titolo di Campione d’Inghilterra è stato Sir Alex Ferguson (2008,2009,2011,2013). Per il resto, a salire sul carro dei vincitori sono stati tutti protagonisti diversi e soprattutto non britannici, e guarda caso, anche in questo settore l’unico vincente è lo scozzese del Manchester United. Vale a dire, un solo tratto di continuità in dieci anni, un periodo di tempo in cui il calcio moderno si è evoluto rapidamente forse proprio grazie a Guardiola, che dal 2008 in poi ha rivoluzionato il calcio contemporaneo. Lo stesso allenatore che gli inglesi sono riusciti a criticare molte volte nel corso del suo corso biennale.

Il Sun ha scelto l’aggettivo “demoliti” per condannare la prestazione del Manchester City contro il Liverpool nell’andata dei quarti di finale di Champions

Inghilterra senza re

La vittoria della Premier League è stata un lungo passaggio del testimone tra otto personaggi diversi e provenienti da cinque Paesi differenti. Come popolosi quartieri di una metropoli, gli ultimi vincitori della Premier sono stati italiani (Ancelotti, Mancini, Ranieri, Conte), cileni (Pellegrini), scozzesi (Ferguson), portoghesi (Mourinho) e spagnoli/catalani (Guardiola). Un susseguirsi di nomi che ha nell’ex mito del Manchester United l’unico capace di istituire una linea di continuità spalmata in più stagioni, mentre gli altri, spesso alla prima avventura su terra inglese, hanno avuto successo solo per un anno. Le stagioni recenti sono una prova del nove alquanto soddisfacente: Antonio Conte rischia pesantemente l’esclusione dalla Champions League dopo la recente vittoria del titolo, Mourinho scavò la fossa per la fine del suo rapporto con Abramovich dopo aver vinto la Premier nel 2015.

Quest’ultimo punto è particolarmente curioso dato che il portoghese, oggi,  è l’unico ancora in un club di Premier League ad aver vinto il titolo più di una volta (Chelsea 2005, 2006 e 2015) insieme al rivale di sempre Arsène Wenger (Arsenal 1998, 2002, 2004).

Com’è facile notare, entrambi hanno raggiunto la vittoria finale sempre con gli stessi club. Può sembrare un dettaglio banale ma un rapporto durevole tra manager e club è la cosa più vicina all’avere una possibilità di vincere. Mourinho con il Chelsea, Wenger con l’Arsenal, Ferguson con il Manchester United. I vari casi di Conte, Mancini o anche Pellegrini sono testimonianze di come l’assenza di un progetto serio e la mancata assimilazione tra allenatore società abbia portato alla chiusura anticipata di un rapporto vincente.

Un sistema imprevedibile, ma perchè?

Le basi di partenza dell’anatomia del calcio inglese sono a opera di chi lo pratica. Il gegenfootball di Klopp e il bus di Mourinho, ad esempio, sono rami di un fitto albero di sistemi calcistici che ogni anno si rinnova: in particolare, come diceva anche Wilson nel suo articolo, gli allenatori stranieri sono sempre più sotto la lente d’ingrandimento.

In questa foto ci sono ben 81 trofei vinti. Tra i cinque, Mourinho è quello che ne ha vinti di più

Gli allenatori non-britannici spendono più soldi, hanno pretese più ampie, garantiscono spesso un calcio più attraente – “the school of science” di Martinez a Everton – ma non sono garanzia di successi. Lo sanno bene a Tottenham, dove dai complimenti per il primo posto della squadra nel girone di Champions davanti a Borussia e Real Madrid si è passati a un magro quarto posto in Premier. Ma soprattutto, un digiuno dal primo posto in campionato che dura ininterrottamente dal 1961. Eppure, il Tottenham di Pochettino in questa stagione ha avuto a tratti numeri e dati da primatisti, venendo definita addirittura l’anti-City.

Di fatto, la Premier League non ha un sistema prevedibile come il campionato italiano o quello spagnolo: nella Liga, la dicotomia politico-calcistica Real Madrid/Barcellona reagisce sempre allo stesso modo, finché una delle due (o tre con l’Atletico) non allunga sul finale. In Italia, la Juventus dalla panchina lunga e competitiva vince ininterrottamente da sei stagioni senza un’eccessiva competizione con Roma e Napoli (tranne in questa stagione). Questo rende la Premier League molto più dinamica e evolutiva degli altri tornei, dove la vittoria finale è decisamente più pronosticabile del campionato di Sua Maestà.

Conte celebration
FOTO@ChelseaFC facebook

L’anno scorso i bookmakers impazzirono fra l’Arsenal di Ozil, lo United di Pogba e il City di Guardiola, eppure a spuntarla è stato il Chelsea di Conte e Diego Costa: cinico, innovativo e scorbutico ma che alla fine è arrivato primo al traguardo. Non c’è un’alchimia precisa per generare un successo continuativo nel campionato inglese, anche a causa della sua natura: una delle big six regolarmente in corsa almeno fino ai quarti di finale di una qualsiasi competizione (sia inglese che europea) gioca dalle 45 alle 56 partite all’anno. Per dire, quest’anno il Manchester City ha giocato 47 incontri mentre il Liverpool, in semifinale di Champions, ne avrà almeno 53. Una stagione fitta e lunga in cui la minima distrazione può far cadere dei castelli molto ben architettati. Normale, dunque, che squadre anche microscopicamente meno preparate di altre cadano, e questo in una stagione avviene quasi ciclicamente, vedi l’up and down del Tottenham o del Chelsea. Tra l’altro, quest’anno il City ha annullato la concorrenza fin da subito conquistando già a gennaio una media punti di 2,85 a partita.

Questioni di livello

Lo 0-3 di Conte in casa contro il Burnley, il Liverpool che cade fuori casa contro lo Swansea ultimo o più in generale tutta la stagione dell’Arsenal: esempi di debacle imprevedibili viste più volte durante la stagione corrente. La Premier League non conosce padroni perché essa non ha regole, e l’elevatissimo livello delle squadre – dalle prime alle ultime – ha concepito una sorta di impossibilità di previsione per i vari piazzamenti. E in questa stagione solo Guardiola è riuscito ad annullare la sterilità delle certezze presente negli altri anni, creando una striscia da record attraverso il bel calcio e con la coerenza della propria filosofia. Altrimenti, nelle passate stagioni, seppur si individuasse sempre un leader di classifica e una o più squadre inseguitrici, il coefficiente di incertezza e difficoltà erano comunque a livelli esponenziali, tanto che addirittura oggi si parla di possibili ribaltoni nelle parti alte della classifica. D’altronde, in un campionato il cui valore complessivo delle rose è di 6,68 miliardi di euro è veramente difficile riuscire a rimanere sul trono per più di un anno. Considerando anche il costante riciclo di giocatori (nell’ultimo triennio sono stati spesi in ordine 764, 479,5 e 336,60 milioni di euro), il livello medio delle squadre di Premier è il vero motore della spettacolarità. Ma soprattutto, è il grande nemico dei grandi allenatori, che arrivati vincenti lasciano poi l’Inghilterra con l’amaro in bocca. Riuscirà Guardiola con il suo Manchester City a diventare un vero padrone della Premier League?