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Edoardo Bortolotti
Edoardo Bortolotti durante un allenamento con il Brescia - FOTO: Giornale Di Brescia

EDOARDO BORTOLOTTI – Il 2 settembre del 1995 un fatto di cronaca inquietante quanto doloroso scuote il paesino di Gavardo, comune della provincia bresciana. Un ragazzo giovane ha deciso di porre fine alla sua esistenza in maniera tragica, lanciandosi dal balcone della sua abitazione. Quel ragazzo, figlio della piccola cittadina e conosciuto praticamente da tutti, rispondeva al nome di Edoardo Bortolotti. Una persona semplice quanto nota, per via dei suoi trascorsi da calciatore. Un potenziale volto riconoscibile dello sport più seguito in Italia, che però ha finito per trovare una morte prima interiore e poi esteriore a causa della capacità innegabile del micro-universo calcistico di saper consumare, deteriorare e rovinare coloro i quali non riescono a reggere la pressione del professionismo. Quella di Edoardo Bortolotti è forse soltanto l’ennesima storia da raccontare di una vita terminata in tragedia a causa del pallone. A dispetto di altre vite, però, quella di questo fragile giovane può e dev’essere un esempio del perché sia necessario – prima o poi – cambiare concretamente qualcosa a livello di mentalità e di approccio a questo fantastico quanto spesso ingeneroso sport.

Edoardo Bortolotti, la tragica storia di un campione mancato

Lo sguardo all’orizzonte, per diventare come i grandi. Bortolotti, classe 1970, non ha altri obiettivi se non quello di diventare un punto di riferimento per il calcio italiano. Nella crescita le sue ambizioni sembrano sempre più concrete, non elementi dissociati dalla realtà. Cresciuto una società satellite del Brescia, la Voluntas (in quel periodo aveva giocato anche con Eugenio Corini), il ragazzo viene subito notato dal club lombardo per via delle sue notevoli qualità. Bortolotti è infatti un terzino molto valido sia nella fase di spinta che di retroguardia nonché un jolly difensivo, un giocatore che sembra sposare perfettamente i dettami fisici e tattici del calcio di fine anni 80′. Proprio nel 1987 Bortolotti esordisce con la maglia del Brescia, per poi andare per un anno in prestito a Trento per farsi le ossa. Il ritorno al Brescia gli regala soddisfazioni, perché il terzino non solo comincia a giocare con una certa continuità ma si rivela tanto bravo da convincere il C.T. dell’Under 21 Cesare Maldini a fargli giocare 4 partite con la rappresentativa Nazionale. Edoardo Bortolotti era diventato, in pochissimo tempo, uno dei nomi più intriganti per il reparto difensivo segnato da giornalisti e direttori sportivi sui rispettivi taccuini. In particolare, a inizio anni ’90, si registra per lui un interesse molto spinto della Roma. Bortolotti è emozionato, fiuta l’occasione di andare a giocare in un grande club, una squadra colma di tradizione e vittorie. Il 1991 è l’anno potenzialmente decisivo per la sua carriera: la Roma è sempre più intenzionata a prenderlo, probabilmente nell’estate successiva. Tutto sembra filare liscio, fino all’infortunio che cambierà inevitabilmente non solo la sua carriera calcistica ma anche il resto della sua intera esistenza. Durante la gara contro la Lucchese del 13 gennaio Bortolotti ha la sfortuna di farsi male nell’ambito di uno scontro con l’attaccante Roberto Paci: il terzino rimedia addirittura la frattura del perone ed è costretto a un lunghissimo stop. Da questo episodio in poi Edoardo Bortolotti inscena la sua personalissima caduta verso il fondo: il ragazzo, demotivato da un infortunio che per l’epoca era molto grave e rischiava di pregiudicare il suo intero percorso calcistico, entra in depressione. E, purtroppo, la chiara conseguenza di questa terribile malattia – acuita anche dalla rottura con la sua fidanzata e dagli ovvi dolori amorosi successivi – è quella di cercare calma, serenità e tranquillità farlocche negli strumenti di dipendenza, come la cocaina. Così, quando Bortolotti ritorna nella lista dei convocati e finisce in panchina nella gara contro il Modena, il Karma si abbatte su di lui sotto forma di controllo anti-doping. Il ragazzo, forse drogatosi con la sicurezza di non subire un check medico successivo, viene scoperto e subisce una squalifica pesantissima di 12 mesi (inizialmente erano addirittura 15). Bruno Bolchi, l’allenatore di quel Brescia che poi l’anno dopo vinse il campionato di Serie B, ripescò quel momento in un’intervista rilasciata a Maurizio Crosetti per La Repubblica: “Decisi di portare Edoardo in panchina, con il numero 13. Spesso mi chiedi cosa sarebbe accaduto se l’avessi invece lasciato in tribuna, come si sarebbe svolta poi la sua vita. Quel ragazzo aveva 20 anni e non sorrideva praticamente mai, non aveva entusiasmo. Durante la squalifica visse comunque con la squadra, non lo lasciammo solo e non sembrava particolarmente depresso quando era con noi”. Ovviamente la squalifica si tramuta in una mazzata per la carriera di Bortolotti. La Roma – nonostante il ragazzo avesse abbandonato l’uso di sostanze stupefacenti, come confermato dalle visite dei medici del club lombardo – smette di seguirlo e il Brescia, nel 1993, rescinderà il contratto con il calciatore dopo una stagione con qualche presenza ma mai da titolare. Persi il grande treno del calcio che conta e la felicità – ove mai quest’ultima fosse realmente esistita – Bortolotti cerca di ripartire dalle categorie minori. Prova a dargli una chance il Palazzolo, club di Serie C1. Edoardo prova a superare la delusione degli ultimi anni, a giustificarsi parlando di una debolezza e non di una maniera per imbrogliare qualcuno. Purtroppo per lui, anche l’esperienza nella terza categoria professionistica si rivela fallimentare. Dopo qualche mese e sole 4 presenze ufficiali Bortolotti lascia il Palazzolo per tornare a giocare nella squadre del suo paesino, Gavardo. La maglia del calcio e l’ambizione di farcela sono però ormai scomparse, sotterrate dall’infelicità e dai demoni interiori. Dopo poche partite Edoardo Bortolotti molla anche questa volta e, ad appena 24 anni, si ritira

Edoardo Bortolotti
Edoardo Bortolotti in azione – FOTO: Wikipedia

dal calcio giocato. La vera tragedia, però, non è ancora arrivata e si manifesta dietro l’angolo. Perché la mattina di quel maledetto 2 settembre, Edoardo – ormai sempre più depresso e sovrappeso – approfitta dell’assenza del papà – a passeggio col cane – e della mamma ancora dormiente per lasciarsi andare fisicamente e porre fine alle sofferenze patite e mai realmente affrontate a causa di un carattere schivo, fragile e poco avvezzo alle parole.

Una vita spezzata

“Credevo e speravo che Edoardo fosse guarito. Era un bravo ragazzo, una persona generosa. Sicuramente aveva dei problemi che non è riuscito a risolvere ma non è giusto giudicarlo adesso e speculare sulla tragedia che ha colpito la famiglia”, spiegò nell’intervista citata precedentemente Bolchi. Edoardo Bortolotti divenne così l’ennesima vittima di un mondo che spesso non conosce sensibilità, un piccolo universo che non consente errori e che fa pagare a caro prezzo ogni sbaglio commesso. La vicenda di Bortolotti deve però insegnare soprattutto quanto sia importante capire, prevenire e combattere qualsiasi avvisaglia di una depressione bastarda, un tormento pazzesco che nessuno può (e deve) gestire da solo. Il ragazzo che sognava di diventare campione e che rimase ai margini del calcio aveva ancora una vita davanti. Il problema risultò nell’erronea condizione che, oltre quell’obiettivo, fosse tutto finito. Piangere gli Edoardo Bortolotti del calcio e della vita è diventato purtroppo un mestiere, una spiacevole consuetudine, di quelle che bruciano l’anima. Ma la morte di una persona così non può che essere, a tanti anni di distanza dall’avvenimento, ancora una sconfitta per tutti. E l’insegnamento più grande che possono dare le sconfitte è quello di imparare a rialzarsi in piedi. Almeno si spera.