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Messi Maradona punizioni
Messi Maradona punizioni

La sensazione è che questa sia la stagione in cui abbiamo visto il miglior Messi di sempre. Sicuramente un Messi definitivo, maturo e messo al centro della squadra, quindi non solo più una macchina da gol, vittorie e trofei, ma il vero e proprio conducador di un gruppo che avrà anche subito un capitombolo storico all’Olimpico di Roma, ma che si avvia a centrare un Doblete neanche lontanamente immaginabile ad agosto. Allontanandosi per un attimo dai numeri e da quelle visioni esclusivamente “risultatiste” che giudicano il calcio solo in base all’epilogo di una partita, non si può che spellarsi le mani per applaudire il lavoro di Valverde, che ha riportato il Barcellona a guardare dall’alto un Real Madrid che in estate sembrava lontano anni luce. Lo ha fatto ricostruendo la squadra, dandole princìpi nuovi e una conformazione differente. Lo ha fatto soprattutto mettendo Messi al centro di tutto, da vero e proprio numero 10. E la risposta della Pulga è stata abbacinante. Sotto tutti gli aspetti. Anche quello dei calci di punizione, una specialità che ha allenato e migliorato negli anni, arrivando ora ad essere il numero uno (anche in questo). Messi ha segnato sette gol su punizione diretta in questa stagione, suo record personale. Ma il tiro libero non è sempre stata la specialità della Pulga. Anzi, nei primi anni della sua carriera lo vedeva come un neo, perché il suo eterno rivale Cristiano Ronaldo segnava molto più di lui su palla ferma ed era considerato un vero e proprio cecchino. Oggi i rapporti di forza sono completamente ribaltati, visto che CR7 quest’anno ha fatto un solo gol su punizione, nella finale mondiale contro il Gremio. E la colpa, o il merito, è di Diego Armando Maradona.

Quando Maradona rivelò il segreto a Messi

Messi Maradona punizioni
Messi Maradona punizioni
(Twitter)

Il fatto si svolge in una freddissima mattina di Febbraio, a Marsiglia. E’ il 2009, e la nuova Argentina di Maradona, che aveva debuttato da CT tre mesi prima a Glasgow vincendo 1-0, si prepara ad affrontare la Francia, nella prima amichevole di alto livello del nuovo corso. L’allenamento è finito, la maggior parte dei giocatori rientra negli spogliatoi del Velodrome e si fermano solo in tre: Messi, Tevez e Mascherano. Chiedono a Maradona il permesso di provare delle punizioni, e ovviamente il Diez lo accorda volentieri. Messi va, ma calcia malissimo e il pallone finisce molto distante dalla porta di Carrizo. Leo la prende male, fa un gesto di stizza e si avvia incupito verso l’uscita. Lo raggiunge subito Fernando Signorini, storico e fidato preparatore atletico di Maradona. Lo sfida. Gli dice: “Dimmi un po’, un giocatore come te accetta di andare a farsi la doccia dopo aver fatto una porcheria del genere? Non esiste, prendi un pallone e riprova”. Immediatamente compare Diego, che prende sotto braccio Messi e lo accompagna verso il punto di battuta, addolcendolo con parole affettuose. Poi, la rivelazione: “Metti il pallone qui e ascoltami bene. Quando batti, non togliere subito il piede dalla palla. Altrimenti “Lei” non saprà mai dove vuoi che vada”. Appena terminata la frase, Maradona accarezza dolcemente il pallone con il sinistro e lo manda all’incrocio, sotto gli occhi incantati di un Leo Messi tornato per un attimo ad essere il bambino sognante che ammira l’idolo della Nazione. Lì è iniziato tutto. Lì è avvenuto un passaggio di consegne. Forse il più importante nella storia del calcio.

La tecnica d’esecuzione di Leo Messi

Poi, ovviamente, Messi ha sviluppato da solo una tecnica di battuta che è diventata praticamente un rituale. Tutto comincia nel momento in cui posa il pallone a terra. Se ci fate caso, la prima cosa che Messi fa è chinarsi, apparentemente per allacciarsi le scarpe. Lo fa sempre. Ma, se guardate con attenzione, notate che solo le sue mani sono sulle stringhe, e che in realtà non fanno niente. In quel momento, Messi sta usando gli occhi. Per vedere dove si piazza il portiere e come si dispongono le gambe degli uomini in barriera: sa bene che, una volta presa la rincorsa, non potrà più valutare la posizione dell’estremo difensore avversario perché la sua visuale sarà completamente coperta dal muro. Quindi, nel momento in cui si rialza, Messi ha già scelto come batterà. Da lì, guarda il pallone una volta sola. Poi, inizia il gesto. Usa il piede destro per fare il primo passo, corto. Serve per creare le giuste distanze, e poi servirà ancora per l’ultimo passo, quello più importante per definire l’equilibrio e la coordinazione. Il sinistro fa il resto: il secondo passo, quello lungo, quello dello slancio e della carica, e infine l’impatto, che avviene in un punto preciso fra il collo e l’interno e che si prolunga in un istante in cui avviene la simbiosi fra Messi e la palla. Quello in cui “Lei” capirà dove andare. Se a destra o a sinistra del portiere, sopra o sotto la barriera.

Volendo esagerarla un po’ con il romanticismo (ma in questo caso, si è portati all’esagerazione), per ogni argentino in quella mattina marsigliese del Febbraio 2009 si è svolto qualcosa di paragonabile alla Creazione michelangiolesca che adorna la volta della Cappella Sistina. Dios che tocca il primo degli uomini. Non dito a dito ma piede sinistro a piede sinistro. In mezzo, il pallone. Il senso di tutto. L’epilogo, il gol.