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Di Francesco
Eusebio Di Francesco. Fotoda: ansa.it

Tutt’altro che stupida, al contrario del celebre verso intonato qualche anno fa da Lando Fiorini, la Roma di Eusebio Di Francesco ha onorato fino in fondo la semifinale di Champions League, sfiorando soltanto l’impresa cui era chiamata per ribaltare il risultato maturato ad Anfield nella gara d’andata. Fuori a testa alta dunque, con molti rammarichi e la consapevolezza di aver comunque compiuto qualcosa di importante in una competizione che non può certamente essere definita come il giardino di casa preferito per i giallorossi.

Erano in molti a ritenere infatti che, dopo il sorteggio di Nyon nel settembre scorso, la Roma fosse destinata a lasciare spazio alle più quotate Atletico Madrid e Chelsea. Il campo tuttavia ha completamente ribaltato i pronostici, raccontando la piacevole storia di un gruppo capace di andare oltre i propri limiti e arrampicarsi fino alla semifinale a distanza di 34 anni dall’ultima volta, dato che solo chi conosce veramente l’ambiente romano può ritenere essere semplicemente statistico. Ecco perché, aldilà del risultato, è importante che tutta la città abbia compreso fino in fondo il valore di questa campagna europea, anticamera verso il successo a patto di non ricadere sistematicamente negli stessi errori.

Roma, senso di responsabilità e autocritica: così Di Francesco ha cambiato l’ambiente giallorosso

L’entusiasmo della piazza giallorossa è sotto gli occhi di tutti, così come quella sua capacità di estremizzare qualsiasi tipo di situazione o stato d’animo che rappresenta ancora oggi il principale ostacolo da superare per ambire definitivamente a una dimensione internazionale. In questo senso, pur rimarcando gli errori arbitrali contro la propria squadra, Eusebio Di Francesco ha mostrato senso di responsabilità e autocritica nell’analizzare i motivi dell’eliminazione. Dimostrare di voler andare oltre le polemiche è già di per sé un segnale di cambiamento rispetto ai canoni cui siamo abituati in Italia, ancora di più farlo subito dopo il fischio finale di un match a suo modo storico per l’intera città di Roma. Come se non bastasse il tecnico giallorosso ha espressamente parlato di mentalità vincente, termine astratto e spesso abusato, dal quale è impossibile prescindere per raggiungere determinati risultati. “Non basta accontentarsi di quanto fatto, perché ciò che conta più di ogni cosa è vincere la prossima partita”, quante volte in questi anni abbiamo ascoltato questa frase senza riuscire a cogliere il vero significato in essa contenuto?

Giovane, moderno, vincente. Nonostante provenisse da una realtà di provincia come Sassuolo, Di Francesco ha saputo calarsi alla perfezione nell’ambiente Roma, affrontando di petto le situazioni spinose venutesi a creare all’interno dello spogliatoio, accettando di mettere in discussione il proprio credo calcistico per andare incontro alle esigenze dei singoli interpreti, ma soprattutto cercando di inculcare nei suoi giocatori quella mentalità che troppo spesso in passato la Roma aveva dimostrato di non possedere. Le due vittorie contro Spal e Chievo Verona, arrivate nel mezzo della doppia sfida al Liverpool, evidenziano il salto di qualità in questo senso. Chi pensava ad una squadra distratta dal doppio appuntamento con la storia ha dovuto ricredersi, mentre in campo non ha lasciato scampo alle malcapitate avversarie, nonostante il turnover ragionato che ha coinvolto alcuni degli elementi più rappresentativi.

Roma, le tracce del nuovo percorso

A corollario, le parole di De Rossi raccontano di quelli che restano i limiti di una piazza ancora troppo abituata agli alti e bassi. “Il prossimo anno dobbiamo rifare la Champions – ha detto il capitano – e provare a vincerla perché non siamo tanto più scarsi. Queste semifinali devono arrivare una volta ogni 3 anni, non ogni 30”, rimarcando il fatto che gli attuali 18 punti di distacco dalla Juventus capolista siano un divario troppo ampio per la squadra giallorossa. Soprattutto su quest’ultimo aspetto dovrà concentrarsi il lavoro di Di Francesco in vista della prossima stagione, al netto di un mercato ancora condizionato dai paletti del FFP nonostante gli importanti introiti incassati dopo i risultati ottenuti in Europa.

Cosa resta dunque dopo la delusione? Non soltanto macerie, è evidente. Piuttosto il rimpianto di 50 minuti di follia collettiva a Liverpool, in grado di indirizzare una stagione senza però scalfire lo spirito del nuovo corso che da qualche tempo aleggia dalle parti di Trigoria.