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turchia saluto militare

Quando la politica trova il modo di insinuarsi nel mondo dello sport, corrompendolo in qualche modo, ci si ritrova a fare i conti con un processo che inevitabilmente vedrà tutti sconfitti. L’ideale purezza del mondo agonistico viene calpestata senza ritegno, al fine di far passare un messaggio attraverso un gigantesco megafono, in grado di raggiungere un audience incredibilmente ampio. La propaganda sul terreno di gioco non dovrebbe mai avere spazio e invece ci si ritrova a commentare l’ennesimo episodio di questo tipo.

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Il saluto militare e gli schieramenti del web

Chiunque abbia accesso ai social si sarà visto circondato da immagini relative il saluto militare dei calciatori della Turchia. Un episodio che ha rapidamente fatto il giro dell’Europa. In poche ore il web ha partorito i suoi schieramenti, che sono principalmente tre:

  • Pro
  • Contro
  • Garantisti

Dagli attacchi alle giustificazioni, fino ai tentativi di analisi, alle ipotesi di minacce alle famiglie nel caso in cui quel gesto non fosse stato effettuato. Facciamo però un passo indietro, così da spiegare cos’è di fatto accaduto. Erdogan ha avviato un nuovo intervento militare, al fine di porre sotto controllo l’area nord-est della Siria. Lavoro facilitato dalla decisione di Trump di ritirare i pochi soldati americani presenti nella regione. Le forze curde che presidiano il territorio sono identificate, in parte, come organizzazioni terroristiche, contro le quali la Turchia intende proseguire la propria azione repressiva. In favore di Erdogan si sono chiaramente schierati i calciatori della nazionale turca, che hanno trionfato per 1-0 contro l’Albania nello stadio del Fenerbahce, per poi festeggiare con un saluto militare al gol di Tosun al 90esimo.

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La campagna pubblicitaria dei calciatori

Un processo iniziato ore prima sui social, dove calciatori come Cengiz Under hanno postato foto di sé nella stessa posa. Mano tesa e saluto militare. Ben più esplicito Demiral, che ha pubblicato la foto di un blindato turco, con un militare che tiene per mano una bambina. Una vera e propria campagna pubblicitaria in favore dell’Operation Peacer Spring (nome che Erdogan ha dato all’intervento militare avviato). Tutto è stato studiato nei dettagli, dai ricatti politici agli hashtag, fino agli influencer della nazionale.

Un processo forse imposto alla grande totalità dei calciatori coinvolti, alcuni dei quali però non perdono occasione per aggiungere commenti e ulteriori spiegazioni, tenendo vivo il tema e lasciando intravedere un certo trasporto, più che un piano dall’alto. Analizzare la situazione turca dovrebbe portare conseguentemente a gettare luce sulle tante contraddizioni dei Paesi europei, che hanno accettato di pagare per risolvere problematiche umanitarie che ritenevano poter far sparire da un giorno all’altro. Miliardi spesi per essere riscattati duramente pochi anni dopo, inserendosi in uno scontro mediatico armati di un livello d’eticità superiore che non è altro che una menzogna.

Turchia, da Burak Yilmaz a Enes Kanter

Meglio concentrarci, in questa sede, su parole e fatti relativi al campo. Burak Yilmaz ad esempio sceglie di andare ben oltre il singolo gesto: “Siamo scesi in campo pensando alla situazione travagliata del nostro Paese. Non è solo calcio”. Dinanzi a parole del genere, pilotate o meno, viene da chiedersi se vi sia un’alternativa, una possibilità di scelta. A mostrare la via è il cestista Enes Kanter, pubblicamente contrario alla politica di Erdogan, impegnato mediaticamente a combatterlo ormai da 5 anni. Ciò lo ha portato più volte a rischiare l’arresto e, come confermato in un tweet, non vede i suoi genitori ormai da 5 anni. Il governo ha imprigionato suo padre e i fratelli del giocatore dei Boston Celtics non possono condurre vite serene. Non trovano lavoro e non possono lasciare il Paese: “Ogni giorno ricevo minacce di morte. Vengo attaccato, molestato e in Indonesia hanno tentato di rapirmi”.

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Ecco dunque la via, dolorosa, tortuosa, sanguinosa. Kanter svela l’altra faccia di una medaglia che fingiamo di non vedere, concludendo il suo messaggio con un chiaro appello alla ribellione: “La libertà non è gratuita”. Una richiesta chiara, che giunge da una persona disposta a rischiare in primis pur di veder trionfare i propri ideali. Per non parlare di Deniz Naki, squalificato poi per 12 turni. Alla luce dei meschini accordi stipulati, indignarsi e pretendere coraggio da Under, Calhanoglu e compagni, è forse più ipocrita che giusto, alla luce di quanto accaduto negli ultimi anni.