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massimo drago

Non più tardi di tre anni fa, Massimo Drago era considerato uno degli allenatori più stimati e apprezzati in Italia. Bel gioco, valorizzazione dei giovani, gol e spettacolo. A Crotone e Cesena nessuno ha dimenticato ciò che il quarantottenne tecnico calabrese ha costruito attraverso il lavoro quotidiano sul campo, esattamente ciò che immaginiamo più gli manchi in questo periodo di forzata inattività. Eppure il grande calcio sembra averlo accantonato troppo in fretta.

Noi di Contrataque.it abbiamo raggiunto telefonicamente Massimo Drago, ripercorrendo con lui le tappe della sua giovane carriera da allenatore e passando in rassegna alcuni dei “suoi”ragazzi, oggi protagonisti tra serie A e Nazionale. L’auspicio è certamente quello di rivedere presto il Mister alla guida di un progetto importante in grado di restituire al nostro movimento un professionista di assoluto livello che merita certamente di tornare in prima linea e dare il proprio prezioso contributo alla causa del calcio italiano.

Nonostante i suoi trascorsi da difensore, non si può certo affermare che il suo sia un tipo di calcio votato al pragmatismo. Moderno, divertente, per certi versi agli antipodi, in grado di anticipare un po’ i tempi. Qual è la sua idea di calcio? A chi si è ispirato quando ha deciso di diventare allenatore?

Credo che essere stato difensore abbia in un certo senso stimolato la mia voglia di conoscere meglio gli attaccanti. Lavorare sui loro movimenti è stato come incontrare una persona per la prima volta. Da lì in avanti mi sono appassionato a questo nuovo aspetto di gioco che mi ha certamente intrigato. Sono nato con il mito del calcio di Zeman, ho cercato di riproporlo nelle mie squadre con qualche accorgimento difensivo in più. Bisogna sempre innovare, evolversi, lavorare non tanto sulla tattica ma sui principi di gioco. Chiaramente se si gioca con attaccanti esterni è difficile proporre un 3-5-2, insomma tutto dipende dal materiale umano e tecnico che si ha a disposizione.

Crede ancora che questo tipo di calcio possa essere la strada per il raggiungimento del risultato?

Prima che nei moduli, credo fortemente nei miei principi. Ho sempre ricercato la superiorità numerica, già a partire dai difensori, che poi porta ad avere dei vantaggi negli ultimi metri della metà campo avversaria.

Soprattutto a Crotone era riuscito a consolidare un vero e proprio metodo di lavoro. Si può affermare che quella squadra fosse una sua creatura e che su quelle stesse basi, dopo il suo addio, sia stato più facile costruire la prima storica promozione in serie A. Qual è il segreto di un ambiente che ha permesso negli anni a tanti giovani diventati successivamente protagonisti del nostro calcio di esprimersi al meglio?

A Crotone non esistono invidie e si lavora tutti per lo stesso obiettivo, per la famiglia Vrenna che sappiamo quanto bene ha fatto e continua a fare al calcio crotonese. C’è un contesto familiare, dal magazziniere che va a cena con i giocatori, al massaggiatore che quando il figlio di uno dei giocatori ha problemi si catapulta a casa. Questo legame viene trasmesso anche in campo ed è indubbiamente un vantaggio rispetto ad altre realtà dove c’è più freddezza, ognuno fa il suo e conta soltanto l’aspetto tecnico.

CROTONE, ISOLA FELICE DEL CALCIO ITALIANO

Florenzi, Bernardeschi, Cataldi, Torregrossa, Crisetig, Sansone, Dezi. Sono solo alcuni dei tanti giovani che anche grazie alla sua guida, ai suoi consigli, sono diventati quel che sono oggi. C’è qualcuno tra questi in particolare dal quale si attendeva di più?

Sinceramente mi sarei aspettato una maggiore evoluzione da parte di Danilo Cataldi. All’epoca lo vedevo come un giocatore che potesse arrivare a traguardi importantissimi, c’è arrivato, però non da protagonista secondo me. Questo un po’ mi dispiace perché lo reputo un giocatore formidabile, oltre che un ragazzo eccezionale. Può darsi che il suo carattere un po’ chiuso, l’abbia portato a non raggiungere quello che sicuramente avrebbe meritato.

Dopo aver faticosamente condotto il Crotone alla salvezza nella stagione 2014/2015, decide di chiudere un ciclo e ripartire da Cesena. Il copione è sempre lo stesso, tanti giovani, un calcio propositivo, ma nelle seconda stagione arriva l’esonero nonostante un bilancio assolutamente positivo e una media punti di 1,50. Cosa non ha funzionato?

Il primo anno si arrivava da una retrocessione e bisognava ricreare entusiasmo. Ho sempre lavorato bene con i giovani, ma soprattutto credo di avere avuto “occhio” per quei giocatori poco considerati che poi si sono rivelati protagonisti. Il primo anno abbiamo lavorato bene, tant’è che mi fu un proposto un rinnovo biennale nonostante avessi ancora un anno di contratto. Tutto lasciava pensare quindi che il mio operato fosse stato apprezzato da parte della società. L’anno successivo invece, con una squadra nuova, invecchiata rispetto alla precedente, si vennero a creare troppo aspettative nonostante ci fossimo indeboliti. Questa situazione ci ha indubbiamente penalizzato. Dopo che appunto mi era stato rinnovata la fiducia, sono bastate 9 giornate per ricredersi…

Veniamo al capitolo Sensi. Con lei agiva da regista, in quel Cesena era il vero ispiratore della manovra. Quanto è rimasto sorpreso dalla sua evoluzione nel corso degli anni, fino ad arrivare al giocatore che è oggi?

Diciamo intanto che con me ha fatto anche la mezzala. Ricordo benissimo che quando è arrivato mi dissero subito che sarebbe stato ceduto, perché “promesso” al Santarcangelo in serie C. Già dopo i primi due allenamenti andai da Foschi e gli dissi che quel ragazzino non doveva lasciare il Cesena. Direi che sono stato un buon profeta, per lui e per la stessa società che nel giro di tre mesi guadagnò circa 7 milioni di euro dalla sua cessione al Sassuolo.

Cosa sente di dire ai tifosi milanisti a proposito di Caldara e Kessie, entrambi tenuti a battesimo in quella squadra?

Ecco, mi piacerebbe innanzitutto parlare di Mattia, un ragazzo d’oro. All’epoca dicevo che era un soldato, nel senso che per lui esistevano solo il campo e la famiglia, non aveva grilli per la testa nonostante la giovane età. Mi dispiace che negli ultimi tempi sia continuamente tormentato dagli infortuni perché è veramente un giocatore affidabile, come dimostrato ampiamente soprattutto con la maglia dell’Atalanta, che può dare moltissimo sia al Milan che alla Nazionale. Per quanto riguarda Franck, posso dire che mi fu presentato come un difensore centrale e che avrei dovuto insegnargli qualche piccolo segreto del mestiere. Dopo poco tempo in realtà scoprì che per me era un centrocampista a tutti gli effetti, quello è il suo ruolo. Può fare sia la mezzala (destra o sinistra), sia il mediano basso, seppur non sia dotato di un grande calcio.

Tra le rivelazioni di questo inizio di campionato, c’è certamente Falco, altro giocatore ai suoi ordini in bianconero.

Grandissimo talento, arrivato un po’ al tardi al grande calcio. Credo che con una maggiore maturità avrebbe potuto raggiungere prima certi livelli. Possiede un sinistro magnifico, anche con noi a Cesena aveva fatto molto bene.

Cosa c’era di vero tra tutte le voci che parlavano di un suo imminente ritorno in panchina? Sarebbe disposto anche a subentrare in corso d’opera o preferirebbe ripartire con un progetto dall’inizio?

Senza dubbio qualche contatto c’è stato, anche se poi non è andato a buon fine. Il mondo del calcio è un po’ cambiato negli ultimi anni, una volta esistevano le “categorie”, nel senso che chi allenava in serie B veniva considerato un allenatore di serie B. Due anni fa invece abbiamo assistito all’arrivo in A di tecnici debuttanti provenienti dalla serie C, cosa assolutamente impensabile fino a poco tempo fa. L’anno scorso spinto dalla voglia di tornare ad allenare ho fatto una scelta sbagliata, tra le B e la C c’è un abisso, anche se quest’anno il livello della terza serie si è alzato notevolmente.

Per quale motivo chi come lei veniva visto e considerato dagli addetti ai lavori come uno dei tecnici emergenti del nostro panorama calcistico è fermo da ormai quasi tre anni, escludendo appunto la parentesi poco felice alla guida della Reggina?

Perché nel calcio ci si dimentica troppo in fretta di ciò che si fa. Ho iniziato ad allenare in serie B a trentotto anni, ho più di 200 panchine in B, probabilmente non sono stato pronto ad affrontare quel tipo di cambiamento di cui parlavo prima. Mi sono sentito un allenatore da serie B, snobbando alcune piazza importanti in C. Non ho procuratori, né sponsor, quello che ho creato lo devo solo a me stesso. Di questo ne vado fiero e orgoglioso. Anche se mi rendo conto che nel calcio moderno c’è bisogno di qualcuno che ti spinga…

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