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I complimenti (meritatissimi) di compagni di squadra e addetti ai lavori fanno parte del gioco ma sono solo una parte della storia. Perché per il resto, l’esordio perfetto di Matteo Gabbia nel calcio dei grandi, rischia di rappresentare l’ennesima non notizia partorita dal calcio italiano. Vecchio, obsoleto, ancora lontano dagli altri movimenti dei principali campionati europei dove ai giovani la fiducia è concessa senza remore o timori di sorta. Meno pressioni producono più giocatori di prospettiva, ai quali è concesso di sbagliare e accumulare esperienza. Un effetto che si traduce di conseguenza in un serbatoio molto più ampio rispetto al nostro dal quale attingere per rinverdire le rose delle nazionali, favorendo così il ciclico e talvolta necessario ricambio generazionale.

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Un progetto che nasce da lontano

Nel caso in questione, a far riflettere, non è tanto il modo con cui Stefano Pioli è stato costretto a ricorrere al suo quarto centrale in rosa (dopo l’infortunio occorso a Kjaer, Musacchio ha dovuto marcare visita perché non al meglio fisicamente), quanto piuttosto il fatto che l’utilizzo di Gabbia sia dipeso da una serie di circostanze senza le quali con tutta probabilità avrebbe continuato a scaldare la panchina fino al termine della stagione. La maggior parte dei commentatori ha voluto far passare il classe ’99 nato a Busto Arsizio e cresciuto a Fagnano Olona come un carneade. Un ragazzino capitato lì per caso, magari aggregato alla prima squadra soltanto per fare numero.

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Non è evidentemente così. Perché su di lui il Milan ha investito tanto. Lo ha tirato su sin dal settore giovanile prima di mandarlo in prestito a farsi le ossa in serie C nella Lucchese (30 presenze e un gol). Titolare dell’Italia Under 20 di Nicolato agli ultimi mondiali di categoria (chiusi al quarto posto), la scorsa estate era stato impiegato da Marco Giampaolo durante l’International Champions Cup svoltasi negli Stati Uniti. “Ci posso lavorare” dichiarò il tecnico pescarese dopo l’ottima prova disputata contro il Bayern Monaco. La dirigenza rossonera volle tenerlo nonostante le numerose richieste pervenute.

L’ultimo club a provarci in ordine di tempo, il Parma, proprio negli ultimi giorni di mercato della sessione invernale. L’infortunio di Duarte e la cessione di Caldara hanno però saggiamente suggerito di tenerlo a Milanello. Molto probabilmente Gabbia sarà titolare anche nella trasferta di Firenze. E chissà che alle prime incertezze qualcuno non tiri fuori i soliti luoghi comuni sui giovani, quelli da non bruciare troppo in fretta e sacrificare sull’altare del “risultantismo” esasperato.

L’esempio virtuoso del Milan

matteo gabbia

A indicarci una volta di più il livello di arretratezza del pensiero dominante in casa nostra è stata la due giorni di Champions League appena trascorsa. Dopo gli exploit di due millennials destinati a dominare la scena nei prossimi anni come Haaland e Sancho (o come il loro compagno classe 2002 Reyna), ci si chiede se sia davvero possibile considerare una notizia l’esordio assoluto in serie A di un ventenne. Per quelli che sono gli standard attuali, evidentemente sì. Qualcosa tuttavia sta cambiando, anche se ancora troppo lentamente.

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Secondo i dati forniti da Transfermarkt, proprio il Milan risulta infatti la squadra italiana con l’età media della rosa più bassa del campionato (26,2) e quella più “giovane” rispetto ai giocatori impiegati, attestandosi su un numero certamente interessante (24,3). Dietro i rossoneri, Fiorentina e Brescia, con le altre big lontanissime e addirittura la Juventus a chiudere questa speciale classifica. Un chiaro segnale di come ci sia ancora tanta strada da fare per ridurre il divario che ancora ci separa dalle altre realtà in giro per l’Europa, laddove è possibile trovare giovani di vent’anni con già tantissima esperienza alle spalle.

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Gabbia ha quindi meritato la sua occasione con impegno e sacrificio. Ha dimostrato immediatamente le qualità di cui dispone e che da più parti gli sono da sempre state riconosciute. Nessun caso, nessuna congiunzione astrale. Semplicemente coraggio e coerenza. Caratteristiche per portare avanti un progetto che si basa sulla crescita di giovani calciatori. Meglio ancora se provenienti dal settore giovanile come Donnarumma e Calabria. Il nuovo corso del Milan passa necessariamente da scelte di questo tipo. Chissà che non contribuisca a smuovere le coscienze di quanti continuano a preferire nomi altisonanti o esotici ai nostri talenti. Gli stessi che abbiamo il dovere di coltivare nel presente per garantirci un futuro il più possibile foriero di soddisfazioni.

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