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Non il giocatore migliore, ma quello più giusto”. La filosofia di pensiero di Andrea Berta riassume nel miglior modo possibile la storia di Marcos Llorente. È l’ennesimo giocatore dell’Atletico Madrid balzato agli onori delle cronache pur non essendo esattamente un fuoriclasse. Non fosse stato per la grande considerazione di cui il dirigente bresciano gode in Spagna, i 40 milioni di euro sborsati in estate dai Colchoneros per acquistarlo sarebbero stati considerati pura follia.

Un esborso certamente oneroso per un giocatore di prospettiva. Funzionale al progetto tecnico-tattico di Simeone e che nel Real Madrid non avrebbe avuto lo spazio necessario per esprimere le proprie qualità. Oggetto del mistero fino alla magica notte di Anfield Road. Il suo ingresso in campo ha letteralmente sovvertito l’esito di una delle eliminatorie più incerte e coinvolgenti degli ultimi anni.

Il momento di Llorente

Lavorare duramente per non avere rimpianti. Il mantra della dinastia Llorente (dal leggendario prozio Francisco Paco Gento, passando per il nonno Ramon Grosso, fino ad arrivare al padre Paco) parla chiaro. E del resto, senza la pazienza di attendere in silenzio il proprio momento, la carriera del classe ‘95 avrebbe anche potuto prendere una piega differente. Perché se è vero che le tante panchine al Real Madrid erano giustificate dalla foltissima concorrenza in mezzo al campo, occorre precisare come anche dopo il passaggio all’Atletico la situazione non sembrava cambiata granché. La sua prima presenza da titolare che sia durata più di 60 minuti è arrivata alla quattordicesima giornata di Liga spagnola nel match con il Granada. Il suo esordio in Champions League è avvenuto soltanto nei minuti finali dell’ultima gara del girone eliminatorio contro la Lokomotiv Mosca.

Un inserimento più lento del previsto, anche nelle idee dello stesso Simeone. L’allenatore quasi sempre optato per l’usato sicuro rappresentato dai vari Koke, Thomas e Herrera. L’uomo giusto al momento giusto insomma, con il medesimo aggettivo a ripetersi costantemente. Ed è così che un cambio conservativo, effettuato con il chiaro obiettivo di contenere i veementi assalti del Liverpool, si è tramutato nella più importante serata nella carriera del giocatore che nessuno si attendeva. Un caso o qualcosa di più, perché nella parabola calcistica di Llorente non c’è quasi nulla di casuale.

Una risorsa inaspettatamarcos llorente

Partito dalle giovanili del Rayo Majadahonda, piccolo club della capitale fondato nel 1976, a tredici anni era arrivato al Real Madrid. Il suo esordio assoluto in prima squadra arriva nell’ottobre 2015. Un anno in prestito all’Alaves prima del ritorno alla casa madre. L’apice è la finale del Mondiale per Club 2018 contro l’Al-Ain dove sigla la rete del provvisorio 2-0 e viene eletto MVP.

Coinvolto nella rivoluzione dei rojiblancos operata in estate dal duo Berta-Simeone, Llorente ha contribuito a infoltire la colonia di nuovi arrivi per un totale di 243,50 milioni di euro (valore Transfermarkt). Applicazione e mentalità di ferro, nel pieno rispetto dei valori fondamentali inculcatigli da una famiglia di sportivi. In questo modo è riuscito a tenere duro anche nei momenti di difficoltà di questi ultimi mesi, riuscendo a farsi trovare pronto una volta chiamato in causa.

Mai una parola fuori posto, solo duro lavoro e mentalità. Un giocatore dalle sue caratteristiche non ruberà mai l’occhio per una giocata (nonostante i due gol di Liverpool e l’assist per Morata restino assolutamente gesti di pregevole fattura). Farà sempre felice il proprio allenatore. Dotato di una spiccata intelligenza calcistica e buoni doti tecniche, Llorente potrebbe diventare alla lunga l’erede di Rodri, perno del centrocampo del Manchester City di Guardiola. Se lo augurano i sostenitori dell’Atletico, tornati speranzosi dopo un periodo piuttosto opaco seguito al successo nella Supercoppa spagnola. Mai dire mai con il Cholo Simeone, capace di tirare fuori dal cilindro risorse inaspettate a un passo dal baratro

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