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Brescia Kovacic

Lo chiamavano “figlio del vento”, perché amava la velocità, non solo in campo ma anche nella vita. Con le sue moto sfrecciava per le strade, con i tacchetti di ferro attaccava fascia e campo. Prima di Mateo, Miljenko Kovacic era l’unico calciatore croato con quel nome che valesse la pena conoscere. Un giocatore onesto, che forse non sarebbe mai potuto diventare un campione. Certamente un personaggio incredibile, dall’intelligenza calcistica enorme a cui abbinava una pulsanta voglia di adrenalina. La vita va vissuta veloce secondo alcuni, probabilmente anche lui la pensava così. Fino all’ultimo secondo.

Miljenko Kovacic, il figlio del vento volato via troppo in fretta

Kovacic, classe 1973, il suo soprannome se l’era guadagnato. Sulla zona laterale del campo arava tutto e tutti. Univa alla velocità una buona intelligenza tattica. Segnava poco, certo, ma era sempre a disposizione dei suoi compagni. Un personaggio paticolare, dal carattere schivo ma anche incredibilmente intenso.

A dargli la prima chance è la squadra della sua città, la Dinamo Zagabria. In totale cinque stagioni, intervallate da due prestiti. La Dinamo è la seconda pelle di Kovacic: gioca spesso, fa segnare molto, vince un campionato. In mezzo a un livello di base medio-basso il suo talento di certo risalta. Succede dunque che dall’Italia una chiamata arrivi: è quella del Brescia. Sta imbastendo una squadra per salire dalla B alla A. E Kovacic salta al volo sul treno che porta in Italia, per la grande chance.

Nella prima stagione cadetta il ragazzo fa vedere buone cose, nonostante nelle sue 16 partite non giochi mai tutti i 90′. Il suo ruolo sembra essere quello di un comprimario di lusso ma riesce comunque a mettere a segno due reti, contro Lucchese e Castel Di Sangro. Continuità molto relativa, certo. Però la promozione, agognata e voluta, arriva. Kovacic si prepara dunque a giocare il suo primo campionato di Serie A.

In massima serie, però, il campo lo vede pochissimo: giocherà soltanto due partite, che peraltro il Brescia perderà (contro Bari e Udinese). Nella stagione successiva Baldini non lo vede neanche con il binocolo. E dunque il sogno italiano di Kovacic finisce dopo relativamente poco tempo. Qualsiasi altro calciatore avrebbe cercato squadre diverse. La reazione di Kovacic è decisamente inusuale: il ragazzo si ritira dal calcio giocato, dedicandosi all’attività di contadino in patria e all’adesione alla religione induista di Krishna. “La mia vita è la preghiera”, titola il Corriere della Sera che dedica un articolo alla vicenda.

Per due anni Kovacic sparisce dal mondo del pallone. Poi, all’improvviso, torna la voglia di giocare. Nel 2000 lo ingaggia il Vrbovec, squadra di seconda divisione croata. Addirittura ritornerà pure in massima serie, vestendo – ad alti livelli – la maglia dello Slaven Belupo, con cui addirittura si toglierà lo sfizio di battere l’Aston Villa a domicilio, in Coppa Intertoto. Chiude definitivamente con il pallone nel 2004, dop una breve militanza all’Hapoel Petah Tiqwa, in Israele. Lo aspettano terra e preghiera. Almeno quella era la speranza.

Il 20 agosto del 2005, a soli 32 anni, il figlio del vento vola via, dopo un incidente stradale con la sua Kawasaki. Niente più galoppate, niente assist, niente gol, niente calcio. Kovacic è il vento che ogni anno, in diverse occasioni, fischia verso Zagabria. Ed è la terra coltivata di un contadino croato. E forse pure una preghiera, che serve sempre, in tempo di pace e di guerra. E speriamo sia pure un pallone, calciatore con classe o meno, da un bambino o un adulto, sul viale dell’esistenza.

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