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luis oliveira

Tanti gol, moltissime maglie vestite, un italiano ormai scorrevole e svariate storie da raccontare. Luìs Oliveira è un pezzo di storia del calcio italiano: ha distrutto le difese avversarie a Cagliari, Firenze, Como, Catania. Ha segnato reti bellissime e decisive. E con noi ha parlato della sua brillante carriera, raccontando aneddoti ed episodi che gli hanno permesso di diventare ciò che è adesso.

Luìs Oliveira si racconta

Lei ha iniziato la sua carriera giovanissimo, in Belgio, in una squadra di tradizione per quel campionato.

“Sono arrivato in Belgio nel 1985. Venivo da una famiglia poverissima, ho fatto anche altri lavori. L’Anderlecht è una società di grandissimo livello, dopo due allenamenti con i giovani mi hanno portato subito nella squadra riserve. Piano piano ho cominciato a fare meglio, ogni volta pensavo alla mia famiglia: il mio obiettivo era aiutare loro. L’unica soluzione era fare bene per loro, la cosa più importante per me. Quando ero in Belgio, da solo, cercavo sul televisore i canali brasiliani ma non c’erano. Il mio procuratore un giorno mi portò al ristorante brasiliano, ci andai poi spesso e sembrava di stare a casa. Mi ha riempito il cuore rispetto alla malinconia che avevo dentro. Ho cominciato poi a conquistare i dirigenti del club.

La mia fortuna è stato il mio allenatore nelle riserve. La società mi voleva mandare in un’altra società di Serie A belga, per vedere come stavo crescendo. Lui si oppose perché mi conosceva bene. Grazie a lui sono rimasto e approdato in prima squadra. Quando ho iniziato ad allenarmi bene ho ottenuto il posto da titolare, non l’ho più lasciato. Lì il campionato era più semplice rispetto a quello italiano. I giornali iniziarono a parlare di me e feci il botto. Con la Legge Bosman divenne poi tutto più semplice: mi fu chiesto di diventare cittadino belga e ho sposato la mia ragazza”.

In seguito arrivò l’approdo in Serie A, al Cagliari.

“Uno dei miei procuratori mi disse che stava arrivando una persona dall’Italia per vedermi giocare: dopo scoprii che era Massimo Cellino. Io chiedevo dove fosse Cagliari, non conoscevo neanche io quella piazza: quando si parla di Serie A generalmente si parla di altre squadra. Quando arrivai ebbi l’impressione di stare in Brasile: il mare, la spiaggia. Decisi che dovevo fare molto bene. In quel periodo giocavo con Enzo Francescoli, che parlava francese: lui mi aiutò tantissimo all’inizio del mio periodo a Cagliari, poi ho iniziato a parlare bene l’italiano.

Non è stato un periodo facile: quando si arriva in un campionato più difficile, in una società per salvarsi, il contributo dev’essere al 100%. All’inizio ero quasi sempre in panchina, raramente in campo, spesso non giocavo. Mazzone mi metteva in campo negli ultimi minuti e io facevo sempre gol, si rese conto che non poteva fare più a meno di me”.

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Le gioie in Serie A

Proprio il suo rapporto con Mazzone è stato sempre molto particolare.

“Lui è un allenatore vecchio stampo. Quando sono arrivato mi vestivo in modo folkloristico, a volte si chiedeva come facessi a giocare a calcio. Dopo ho capito che mi dovevo vestire più elegantemente…Avevo anche i capelli lunghi e l’orecchino e lui mi prendeva di mira sempre su questo. Un episodio in particolare: dovevo fare un contratto con un noto brand e avevo scarpe fluorescenti, con il simbolo del marchio. Era un giovedì. Le provo in allenamento, perché devo capire come mi stanno. Finisce la partita e mi chiama. Pensavo mi dovesse dire qualcosa di ciò che avevo fatto. Invece mi chiese: ‘Chi ti ha dato quelle cazzo di scarpe lì? Non puoi giocare con queste, i difensori ti vedono da lontano’.

La partita più brutta che ho fatto nella mia vita peraltro è stata nel giorno in cui ho tolto l’orecchino: lo dissi a Mazzone e andammo avanti in questo modo. Era una persona non facile, ti martellava in allenamento, ma era anche gentile e sapeva scherzare”.

Dopo tanti anni a Cagliari arriva una grande opportunità: la Fiorentina.

“Quando mi chiamarono per dirmi che la Fiorentina mi voleva, io diedi la mia parola. Dopo nemmeno un giorno mi chiama la Sampdoria: mi volevano assolutamente, il Presidente voleva prendere un aereo privato per vedermi ma io avevo già deciso. A Firenze andai perché mi volle Ranieri e si fece male Baiano, cercavano un giocatore che avesse le stesse caratteristiche. Non è stato facile inserirmi in quel gruppo, quando arriva un giocatore nuovo tutti parlano molto, anche i giornalisti.

Da parte mia credo di aver fatto cose molto importanti, tra cui conquistare la fiducia di Batistuta. Cercavo di capire come lui volesse la palla, quali erano i suoi punti fondamentali. Facevamo anche qualche post allenamento a provare certi movimenti. Alla fine è stata una coppia importante la nostra, c’è stata un’amicizia importante tra me e Il Re Leone. Per noi la partita di Supercoppa contro il Milan era importantissima, loro erano più forti ma quel giorno lì Batistuta fece tutto lui. Fu il mio unico trofeo in Italia”.

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Un’altra esperienza molto positiva fu quella con il Como, con cui vinse campionato e titolo di capocannoniere della Serie B.

“Mi dissero che c’era una grande probabilità di andare al Como, Preziosi voleva parlarmi. Il Presidente mi disse che alcuni gli fecero capire che non avevo più voglia, che avevo la pancia piena dopo la stagione non bella a Bologna. Lì Guidolin non mi voleva. Forse non ero la persona giusta per quella squadra e quell’allenatore. A Preziosi dissi che se le cose fossero andate bene l’ingaggio dovevamo aumentarlo con una clausola in base ai gol segnati. Questo fu una motivazione per me, anche perché mi stavano dando di fatto del bollito.

Generalmente 15 giorni prima di iniziare la preparazione io già mi alleno, facevo tante cose per arrivare con una base in più nelle gambe. Tiravo sempre il gruppo perché per me era fondamentale essere visto in quella maniera: io sono Oliveira, devo dare qualcosa in più, potrei stare dietro al gruppo ma devo stare davanti. Non dovevo pensare di essere io ma di aver avuto dei momenti di momenti di difficoltà. Dovevo procedere con calma. E ogni domenica facevo sempre gol. Da lì il mio nome ha dimostrato di poter esistere ancora”.

Poi però le cose non andarono benissimo…

“Io non ho ancora capito che cosa è successo. La squadra era buona. Va bene che ogni tanto si devono fare dei cambi ma in quel calciomercato, dopo la vittoria della Serie B, ne fecero troppi, presero giocatori che peraltro non servivano. Ne bastavano 8, non 14-15, molti furono ceduti.

Io fui messo fuori rosa, non giocavo mai. Mi arrabbiai e parlai con il mister chiedendo spiegazioni, dissi che avevo messo la faccia anche quando Preziosi voleva cacciarlo. Ma lui disse di avere le mani legate. Andai a parlare con la società, mi fu spiegato che invece la scelta era del mister. Durante un’amichevole contro il Brescia pretesi di scaldarmi, partendo dalla panchina. Ero incredulo su quello che mi stava succedendo. Io entrai e segnai. Sembrava che fosse tornata la pace. Invece poi mi chiama il procuratore dicendomi che la società non mi vuole più, non ne ho mai capito il motivo.

Mi fu detto che il Catania mi voleva: chiesi al mio agente di pensarci un paio di giorni. Provai a contattare la dirigenza del Como ma non rispondeva nessuno. Capii che non potevo più restare. Nel pomeriggio salutai i miei compagni, arrivando mezz’ora prima degli allenamenti. C’era anche il figlio del Presidente: io volevo salutare Preziosi, mi fu detto che stava per arrivare ma non lo vidi. Così mi avviai, visto che avevo il volo. Però mi chiamò il Presidente accusandomi di voler andarmene, cosa non vera. Ho visto tifosi del Como buttare via o strappare gli abbonamenti nel momento in cui stavo andando via”.

La parentesi a Catania fu breve ma anche molto intensa.

“Una cosa da brivido, mai vista così tanta gente nemmeno a Cagliari e Firenze in aeroporto. Volevo giocare praticamente subito, ero emozionatissimo perché sapevo che la gente poteva darmi tanto. Nel Derby contro il Messina feci anche una tripletta.
Io sono sempre stato una persona gentile, conta essere uomo soprattutto fuori dal campo. Sia a Catania che a Como ho lasciato qualcosa di bello”.

Rimpianti e speranze

Lei ha avuto una carriera lunga e con tantissimi gol alle spalle. C’è qualcosa che rimpiange?

“Di quello che ho fatto nella mia vita calcistica sono fiero. Mi spiace soltanto per la Coppa UEFA con il Cagliari. Sono cose che ti rimangono, potevamo andare in Finale, una gara secca e poteva succedere di tutto. Anche a Firenze, eravamo primi in classifica e Campioni d’Inverno. Poi però si fece male Batistuta ed Edmundo decise di andare a Rio per il Carnevale. Potevamo vincerlo quel campionato.

A Catania poi accadde una cosa che mi ferì molto, che ho saputo solo recentemente (e non so se sia vera): nel passaggio da Gaucci a Pulvirenti io avevo accumulato 12 gol e mancavano 7 giornate dalla fine. Venni messo fuori rosa senza fare nulla a nessuno. Siccome c’era questo tipo di contratto basato sui bonus per i gol, di fatto mi fecero fermare a quella cifra”.

In chiusura, un parere anche sul Belgio, ormai Nazionale top al mondo.

“Innanzitutto mi preme dire che è stato giusto rinviare l’Europeo, non si poteva andare avanti. La Nazionale belga sta facendo ormai da qualche anno molto bene. Manca solo un passettino per fare qualcosa di molto di più. Negli scorsi Mondiali pensavo potessero vincere, specie dopo l’eliminazione del Brasile. Vedere la mia Nazionale eliminata – mi sento comunque brasiliano al 1000×1000 – mi fece pensare a una svolta. Loro arrivano sempre lì ma poi cadono. Piano piano però arriveranno, la squadra è giovane e importante”.

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