Ero in guerra ma non lo sapevo la storia vera di Pierluigi Torregiani

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Ero in guerra ma non lo sapevo è un film del 2022, giunto al cinema il 24 gennaio e presentato in chiaro in prima serata mercoledì 16 febbraio su Rai 1 alle ore 21.25. Un cast a dir poco intrigante, con Francesco Montuori e Laura Chiatti come protagonisti, diretti da Fabio Resinaro.

Scopriamo la storia vera che ha ispirato Ero in guerra ma non lo sapevo. Lo sguardo è rivolto a Pierluigi Torregiani, gioielliere in lotta contro i terroristi di estrema sinistra durante i terrificanti anni di piombo.

Ero in guerra ma non lo sapevo storia vera

Pierluigi Torregiani era un gioielliere con una piccola attività nella periferia di Milano, nel quartiere della Bovisa. Il 22 gennaio 1979 l’uomo subì un tentativo di rapina da parte di alcuni malviventi, mentre stava cenando in un ristorante con la sua famiglia. L’uomo era armato, così come uno dei suoi accompagnatori. I due reagirono al tentativo di rapina, il che portò a una colluttazione e a una sparatoria, con conseguente morte di uno dei rapinatori, Orazio Daidone, e di un cliente, Vincenzo Consoli. Ferite in totale tre persone, compreso lo stesso Torregiani che, secondo il figlio, non esplose i colpi mortali.

Il gioielliere si ritrovò a essere vittima di numerose minacce. Descritto dai giornali come giustiziere e sceriffo a caccia di rapinatori, finì nel mirino dei PAC (Proletari Armati per il Comunismo). Secondo Cesare Battisti, era considerato uno dei giustizieri di estrema destra, praticante una giustizia privata e sommaria.

Il 16 febbraio seguente ci fu un agguato operato da tre membri dei PAC, Giuseppe Memeo, Gabriele Grimaldi e Sebastiano Masala. Il gioielliere tentò una reazione ma venne colpito non appena estrasse la sua pistola, dalla quale partì un colpo che colpì suo figlio, l’allora quindicenne Alberto, rimasto paraplegico. Il primo proiettile che colpì Torregiani venne esploso da Memeo, con Grimaldi che lo ha infine ucciso.

Caso Torregiani il processo

Giuseppe Memeo e Gabriele Grimaldi furono condannati come esecutori materiali. Sebastiano Masala, invece, come concorrente. Il processo coinvolse anche Cesare Battisti e altri come Sante Fatone e Luigi Lavazza per concorso morale, in quanto partecipanti alla riunione nella quale si decise l’omicidio. Riconosciuti come mandanti i membri del gruppo dirigente dei PAC, come Arrigo Cavallina e Pietro Mutti, divenuti pentiti (il che fece ottenere loro una pena ridotta).

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