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A tu per tu con Gianluca Vialli, nella rubrica curata da Walter Veltroni per il corriere dello sport. Una lunga intervista tra passato, presente e futuro dell’attaccante di Cremona:

“Quando io ero ragazzo non c’erano la play station, i social network, la televisione aveva solo due canali. Giocare a calcio era necessario ed era, almeno per i maschi, il modo migliore per occupare il tempo dopo la scuola. A casa mia non c’era grande passione calcistica, mio padre era juventino ma non militante. Noi siamo cinque fratelli e solo uno era appassionato di football. Per me invece è stata una folgorazione. Ricordo le prime scarpe da calcio, il primo pallone. Ero bambino negli anni successivi ai trionfi dell’Intere a Italia-Germania del Messico. C’era un grande entusiasmo, attorno al calcio”.

E dove giocava?

“D’estate in campagna nella casa che avevamo fuori Cremona. D’inverno ingaggiavamo furiose battaglie sul porfido del cortile. Poi anch’io ho avuto a che fare con l’oratorio. Dicevano: “Vieni, vieni, fai il catechismo, diventi un buon cristiano e ti facciamo giocare a calcio”. Il prete che organizzava tutto, Don Angelo, era molto attivo e molto capace. E’ stato lì che ho cominciato a vedere delle vere porte e degli spazi delimitati”.

Mi incuriosisce capire se già da bambini, campioni come voi, era riconoscibili come “speciali” …

“Sì, credo che fossi già bravino. Vede, io penso che il talento puro conti fino ad un certo punto. Sono importanti la quantità e la qualità della pratica. E, come quantità, io ero imbattibile. Avevo studiato questo meccanismo: a scuola stavo molto attento alle spiegazioni al mattino in modo tale da poter fare i compiti molto rapidamente. Da quel momento in poi era solo calcio. Fino alla sera, quando io e mio fratello giocavamo in camera con una pallina di carta. Erano partite infinite e indemoniate in uno spazio piccolo piccolo. E mentre giocavamo facevamo le telecronache. Quindi, in quantità, ero un numero uno mondiale. Per la qualità posso dire di aver avuto sempre allenatori bravi”.

E’ stato un problema, per lei, il suo appartenere alla borghesia? I suoi compagni la vedevano come un figlio di papa?

“No, è vero che mio padre non ci faceva mancare nulla, con il suo lavoro. E per questo io non giocavo al calcio per cercare rivincite o perché questo mi avrebbe consentito di sbarcare il lunario. Giocavo per il puro gusto di farlo. Non ho mai avuto problemi con i miei compagni di squadra per questo, specie da ragazzi. Anzi erano contenti che uno che “non aveva bisogno” si impegnasse come e più degli altri. Io sono sempre stato uno sgobbone, in allenamento e in campo. Semmai ero uno timido. Quando mi convocavano per le nazionali giovanili non volevo mai andare. Una volta fui chiamato per una rappresentativa scolastica. Dovevo prendere il treno alle dieci. Alle dieci e mezzo non era partito. Perché avevo sbagliato treno. Ma quando me ne accorsi non ne cercai un altro. Andai a casa, dove mi sentivo bene e sicuro, dissi a mia madre di telefonare che stavo male. Avevo quattordici anni, ero poco piu di un bambino».

Com’era Boskov?

“Per me una via di mezzo tra un padre e un amico. Quando vedeva che ero giù, che vivevo momenti difficili, mi faceva andare a casa sua. Sua moglie mi preparava il the con i pasticcini. Quando uscivo da quell’appartamento mi sembrava di volare. Aveva una incredibile capacita di suscitare empatia, di mostrare a chi aveva di fronte tutta la sua intelligenza emozionale. Dal primo giorno ci ha convinto che avremmo potuto vincere in Italia e in Europa. La sua cultura del calcio imponeva alcune regole: marcatura a uomo, attenzione alla fase difensiva senza fare gli schizzinosi se c’è da difendere un risultato, equilibrio, in campo e fuori, tra disciplina e libertà individuale. Era dolce ma autorevole. Pretendeva lo stesso impegno dal più giovane della rosa e dal Mancio o da Vierchowod. A tavola, prima della partita, era capace di decifrare ogni stato d’animo, ogni tensione tra di noi. I cattivi, che non mancano mai, dicevano che Mancini ed io facevamo la formazione. Voglio cogliere questa occasione per smentire. Mi creda, lui ascoltava tutti ma poi faceva come voleva. E voleva bene. Se con lui abbiamo vinto uno scudetto, la Coppa Italia, la Supercoppa, la Coppa delle coppe… Oggi tutti parlano del Leicester, e fanno bene. Ma allora noi arrivammo, da Genova, alla finale di Coppa dei campioni. Che perdemmo uno a zero. E a me dispiace, oggi come ieri, specie per quel galantuomo che si chiamava Vujadin Boskov”.

E’ stato l’allenatore più importante della sua carriera?

“Sono stati molti. Vincenzi che mi fece esordire, Mondonico che mi aiutò a crescere. E poi Boskov, Vicini. E non potrò mai dimenticare Lippi. Come ha raccontato nell’intervista che le ha rilasciato, io volevo andar via dalla Juve e tornare alla Samp. Nei due anni in bianconero avevo accumulato frustrazioni. II primo anno avevo corso per tutti, per quattro, senza che mi fosse riconosciuto. Il secondo avevo avuto una doppia frattura del piede. Marcello mi chiese se ero matto a gettare la spugna e che contava su di me per impostare la sua nuova Juve. Ebbe ragione. E’ un grande allenatore e una grande persona, con una mirabile finezza psicologica. Non gli perdono solo di non avermi messo, sul Corriere, nella sua squadra ideale…”

In questo suo elenco di allenatori non c’è Sacchi…

“No, non c’è. Sia chiaro: i risultati che ha ottenuto parlano a suo favore. Con lui, è noto, ho avuto disaccordi e scontri. Se ci ripenso ora devo dire che forse sbagliavo e che, comunque, per la nazionale bisognerebbe passare sopra a tutti i dissapori. Poi, quando ho fatto l’allenatore, ho, come tutti, imitato alcune delle sue innovazioni. Ma allora eravamo due galli in un pollaio. All’inizio mi amava. Poi pero si accorse che io ero uno che faceva domande, uno che voleva capire, che doveva essere convinto da qualcosa in più di un ordine. Non credo che Sacchi amasse le domande…”.

Torniamo alla Cremonese…

“Ero allenato da Mondonico. Che da poco aveva smesso di giocare. Per me era un idolo. Andavo a vederlo allo stadio, quando il medico condotto del paese accompagnava me e mio fratello. Era forte il “Mondo”, con i suoi dribbling. Poi mi prese Guido Vincenzi, che era stato terzino destro della Samp. Un segno del destino. Fu lui a farmi esordire, a sedici anni, in serie C e poi in B. Torno Mondonico ad allenare la prima squadra e questo mi aiuto, mi conosceva bene. Quando arrivammo in A fui ceduto alla Samp, per tre miliardi piu Chiorri. Un bel salto, dai salami di Pizzighettone…”.

Era uno squadrone, allora…

“Vincemmo la Coppa Italia. Davanti eravamo il Mancio, Francis ed io. Mica male. L’anno dopo non andammo benissimo e Bersellini fu sostituito da Boskov. E cominciò un ciclo bellissimo”.

Cosa ci mancò nel 1990 per vincere i Mondiali giocati in casa?

“Eravamo fortissimi. Tecnicamente e per talento i migliori. Solo che quando le forze, in un torneo breve, non ti sorreggono più, allora serve un gioco. E forse noi avevamo fatto fatica a metabolizzare quello che Vicini, grande allenatore e persona squisita, ci voleva proporre. Ma non abbiamo mai perso una partita. Se devi uscire non vittorioso da un mondiale questo è il modo migliore, in fondo. Eliminati in semifinale dai rigori…”.

Molti suoi compagni di quella squadra, da me intervistati, hanno sostenuto che se quella partita si fosse giocata a Roma e non a Napoli, che in quel momento stravedeva per Maradona…

“Credo ci sia del vero. Diego era stato furbissimo, aveva blandito l’orgoglio dei napoletani. Aveva detto loro: “oggi l’Italia vi chiede di essere italiani. Ma solo oggi, domani se ne dimenticherà. E tornerete ad essere esclusivamente i “napoletani”. In effetti c’era un clima irreale, nello stadio. Come un tifo timido, con riserva. Nello spogliatoio, dopo la partita eravamo distrutti. Io che temevo di essere sul banco degli accusati perché rientravo al posto di Baggio, i miei compagni che avevano sbagliato i rigori… Avevamo perso il mondiale in Italia, sapevamo che nella vita non ci sarebbe ricapitata una occasione così. Pero i tifosi ci amavano e ci applaudirono. II Presidente della Repubblica ci fece anche cavalieri. Se lei pensa che gli eroi di Italia-Germania 4-3 furono presi a pomodori…”.

Lei ha sempre voglia di vincere? La ricordo così, in campo.

“Io non sono mai sceso in campo senza pensare di poter battere |’avversario. Mai, in tutta la mia vita. Sono stato fortunato. Con la Cremonese puntavo alla promozione, ed era possibile. Poi con la Samp allo scudetto, possibile anche quello. Con la Juve alla Champions e ce la facemmo. Erano squadre forti, con grande carattere. E’ diverso se scendi in campo sperando di non perdere. Giocare nella Juve per me e stato un grande onore. Ma io ho ricambiato faticando tanto, correndo tantissimo. Quando mi toglievo la maglietta, non importa se quella dell’allenamento o della partita, era sempre bagnata di sudore”.

In Italia ci sono stati, contemporaneamente, Vialli, Mancini, Schillaci, Baggio, Del Piero, Zola, Casiraghi, Beccalossi e poi Signori, Vieri, Inzaghi. Sicuramente dimentico qualcuno… Oggi la nostra nazionale fa fatica a trovare qualcuno che metta il pallone in porta. Cosa è successo al calcio italiano?

“Noi eravamo figli della generazione dei tre stranieri e degli otto italiani. Secondo me è la formula giusta. Bisognerebbe trovare le compatibilità con le norme europee sulla libera circolazione del lavoro ma non c’è dubbio che il problema è rappresentato dal fatto che un ragazzo italiano fa grande fatica a trovare posto in prima squadra o ci arriva molto tardi. Se arrivano stranieri forti è un arricchimento ma se, invece, ne arrivano a pacchi perché ci sono ragioni altre, storie discutibili di affari, allora non va bene. E, mi creda, è così almeno al cinquanta per cento. E anche i tifosi dovrebbero aiutare, non innamorandosi dei nomi stranieri a prescindere dalla loro qualità ma coltivando il talento vero. E in Italia ce n’è tanto. Ma non riesce a emergere. Ad arrivare in prima squadra, giocare, imparare”.

Perché ha smesso di allenare?

“Le dico la verità. Il primo licenziamento, col Chelsea, mi ha fatto male. Non credo fosse meritato, visti i risultati. Col Watford insorsero ragioni di bilancio. Poi mi è arrivata l’offerta di Sky e ho pensato che fosse giusto provare a contribuire ad un diverso racconto dello sport. Se devo essere sincero oggi immagino per me piu un ruolo manageriale. Un ruolo alla Boniperti”.

Lei, come tutti, tifa per il Leicester?

“Ranieri vincerà senza dubbio il premio come miglior allenatore della stagione. Se Io merita. Lui ha introdotto una grande accortezza tattica e ha dato fiducia a una squadra che si esprime al massimo delle sue possibilità. Lui poi è fortissimo quando prende squadre che hanno aspettative basse. Le fa volare. Le grandi squadre inglesi in questo momento sono come quei ciclisti che si mettono in gruppo senza tirare, controllandosi reciprocamente, nella speranza che non vinca nessuno di loro. E le piccole si dicono che se ce la sta facendo il Leicester, che |’anno scorso lottava per non retrocedere, allora tutto e possibile. Un po’ come fu con la mia Samp. Anche se devo ricordare di nuovo, per orgoglio blucerchiato, che noi l’anno dopo arrivammo in finale di Coppa dei Campioni… Io comunque spero sempre che un italiano, allenatore o giocatore, vinca”.

Lei è molto impegnato, con Massimo Mauro, nella fondazione che, in ricordo di Borgonovo, si impegna nella lotta alla Sla, una malattia che colpisce molti giocatori di calcio. Si è spiegato perché tanti calciatori siano stati affetti dalla Sla?

“No, non è questo il compito di Massimo e mio. Noi raccogliamo fondi che trasferiamo alla ricerca ma non ci sostituiamo, non siamo medici o scienziati. Speriamo che la ricerca arrivi a risultati presto. Per ora si è capito che ci sono predisposizioni genetiche che vengono scatenate da fattori esterni. Possono essere traumi, sostanze chimiche nei campi da gioco (infatti la malattia colpisce molti agricoltori). Ma non è compito nostro. E non mi piacciono le semplificazioni. Non voglio che una mamma dica al figlio di non colpire di testa il pallone altrimenti si può ammalare di Sla. E’ già tutto cosi emotivo che se anche la scienza viene piegata alle reazioni più facili si fanno danni enormi. La scienza avanza, ma ha bisogno di mezzi. E noi cerchiamo di aiutare in questo senso”.

Cosa direbbe il primo giorno ai suoi giocatori se allenasse non la nazionale italiana ma una squadra di ragazzi di dodici anni?

“Che, giocando al calcio, si imparano tante cose, cose importanti nella vita. Il calcio aiuta a conoscere se stessi e gli altri. Insegna a condividere tutto, gioie e dolori. Con il calcio si impara a stare in squadra. Si apprende il valore dell’amicizia, perché quelli con i quali ti passi la palla da ragazzo resteranno con te per sempre. II calcio è una competizione gioiosa. II massimo ottenibile. Ma per vivere la gioia bisogna sacrificarsi. E meritarsela”.

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